CHIACCHIERE SCIENTIFICHE

Al tuo funerale non mi puoi guardare negli occhi, quindi vengo e mi lavo la coscienza… caro Fabrizio Frizzi

Quando si muore, si diventa tutti più buoni. Diciamo persino: “Pace all’anima sua”, e qualcuno continua facendosi il Segno di Croce. Certo, nessuno può permettersi di giudicare il cuore di un proprio simile, anche quando siamo di fronte ad un criminale conclamato. Non siamo Dio, anche se molti di noi lo credono. Esiste anche una giustizia umana, alla quale dobbiamo adeguarci, perché è sano farlo, per mantenere intatta il più possibile la società, nel rispetto reciproco. In tutte le culture esistono regole adatte allo scopo, perché senza regole non vi è libertà.

È anche vero che quando si muore, i frequentatori di funerali trovano la loro occasione migliore per dimenticare come si sono comportati con il morto. Il fatto che non possa più parlare, agire e guardare negli occhi è davvero una liberazione per l’ipocrisia umana. E poiché tutti noi abbiamo molta più paura a vivere nella sincerità che paura di morire, quando qualcuno non c’è più, alcuni individui vanno al funerale per lavarsi la coscienza: è un sano lavaggio rapido, a 30° e con la centrifuga.

Anche per un personaggio pubblico come Fabrizio Frizzi è accaduto così.

Ce lo racconta un suo amico, Pupo. Quelle persone che, se non fosse stato per Carlo Conti che aveva imposto l’artista Frizzi all’Eredità, avevano negato il lavoro al deceduto Frizzi sono stati ovviamente i primi a lavarsi con le loro stesse lacrime fasulle. Non dobbiamo meravigliarci, perché l’umanità è questa, da millenni e penso che la conquista della vera libertà sia legata ad una frase che rappresenta per me un vero faro della mia vita. Me la disse, molti anni fa, oramai, una persona che giudico un punto di riferimento etico-morale nella mia vita, una pedagogista lucchese: “Sai, caro Alessandro, per essere liberi di è necessario, indispensabile quindi, essere liberi da“. Non è facile, e il prezzo da pagare è quello di diventare, come me, uno stabile precario.

Ma lo siamo tutti, sempre e sino alla fine, anche quando crediamo di essere Dio.

Eppure, no, non lo siamo affatto.

Non lo vogliamo imparare.


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Alessandro Bertirotti

Docente universitario e Visiting Professor di Anthropology of Mind presso la Universidad Externado de Bogotà, Colombia

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