Ci sono periodi della nostra vita in cui ci sembra di perdere il controllo. Non parlo di gesti estremi o reazioni violente. Mi riferisco alla sensazione di perdere il contatto col presente perché proiettati nel futuro.
Spesso, rifugiati nel passato. Quello stato di fermo indipendente dalla nostra volontà. Come quando da bambini con il rialzo della temperatura corporea ci avvertivano che saremmo cresciuti di qualche centimetro in quei giorni di febbre.
Nessuna. In tutte e due i casi ci sentiamo vittime e ci aspettiamo che passi al più presto possibile. Forse non per tutti. A qualcuno piace stare male. Ci si riconosce. Ci si sente a proprio agio.
Vogliamo reagire ma non serve. Inutile muoversi. Aspettiamo che passi. Questo momento così inutile. A cosa serve? Ad accrescere cosa? Ci domandiamo.
Eppure solo attraverso il dolore si può pensare veramente a una crescita. E’ come se risvegliasse parti di noi sopite che aspettano di venire allo scoperto attraverso le esperienze. Ma se devono essere lezioni è normale che passino attraverso il dolore. Quando stiamo male, ci perdiamo una parte di vita se rifiutiamo la nostra condizione.
Perdersi è come prendersi una pausa. Importante è volersi ritrovare. Ricordarsi sempre chi siamo e da dove siamo partiti. Importante ricordare il viaggio. Necessario, per questo, ripercorrere le tappe.
Successi. Mancati successi. A volte insuccessi. Questi ultimi li colleghiamo a qualcosa di negativo. Eppure si potrebbe dire che questi sono solo fatti non successi. Non contano se non come esperienze che fanno crescere. Dobbiamo osservare e ricordare quello che è accaduto, cambiare l’informazione per utilizzare quello che è utile e funzionale. Questo ci serve per ritrovare la forza.
Disarmante quanta verità può esprimersi in una sola parola. Ritrovare la forza nella leggerezza. Questo è quello che serve. A volte non è facile. Come fare per seguire il proprio ritmo a dispetto di quel che vorrebbe la società. La vita chiede altro.
Eppure noi pensiamo il contrario. Impossibile lasciare andare. Bisogna stare sul pezzo. Chi esce dai giochi è un uomo morto. Chi non può permettersi di vivere, si accontenti di sopravvivere. Privandosi anche della libertà di sbagliare, mollare o lasciare andare le cose come possono andare e non come devono. Subentra il giudizio. Qui si apre un altro scenario. Lo affronterò in un altro momento.
Quante volte mi sono perso, ma sapevo che in questo perdermi avrei trovato un’altra parte di me. Così è da sempre. E questo è quello che voglio. Potermi perdere nei miei pensieri. Potermi trovare nei miei ritmi.
Potermi sentire vivo giorno dopo giorno. Questo è lasciarsi andare per me. Lasciarsi andare a dubbi. Avere la certezza che nulla è certo. Ritrovare quelle parti di noi che spesso dimentichiamo di avere. Lasciamoci andare a quel che siamo, senza paura di apparire diversi dagli altri, un tempo l’unicità era un vanto, oggi sembra essere qualcosa di cui vergognarsi.
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