TELEVISIONE

A Man on the Inside: luce sulla solitudine in salsa dramedy | RECENSIONE

Abbiamo finito di vedere da poco “A man on the Inside” su Netflix, sentendoci inspiegabilmente fragili, o quasi. Perché l’ultima serie di Michael Schur, apparentemente catalogata tra le commedie dalla piattaforma americana, ha quel sapore agrodolce a cui ci ha sempre esposto il periodo natalizio, tra le luci della città e quel recondito gelo che pervade una piccola parte di noi. Ecco, la serie che vede protagonista il mitico Ted Danson di “Cin Cin” e “CSI- Scena del crimine” getta ancora una volta lo sguardo verso la terza etá, esaltandone con schiettezza i limiti interni ed esterni, fra malattie inevitabili e desiderio di utilitá sociale.

Facciamo pero un passo indietro, raccontando la sinossi di “A Man on the Inside”.

Charles (Ted Danson) è un professore in pensione e crede che la vita non abbia più niente da offrirgli. A un anno dalla morte della moglie si sente intrappolato dalla routine e sempre più distante dalla figlia Emily (Mary Elizabeth Ellis). Ma un annuncio pubblicato dall’investigatrice privata Julie (Lilah Richcreek Estrada) lo ispira a tentare la sorte con una nuova avventura. La missione di Charles: andare sotto copertura all’interno della casa di riposo Pacific View a San Francisco per risolvere il mistero del furto di un gioiello di famiglia. I residenti e i dipendenti sono tutti potenziali sospettati e toccherà a Charles risolvere il caso senza finire nel mirino di Didi (Stephanie Beatriz), la direttrice onniveggente e onnisciente del Pacific View. Ma non dare nell’occhio risulterà difficile dal momento che l’affabile Charles entra rapidamente nelle grazie degli altri residenti. Essere “un infiltrato” spinge Charles a intraprendere un percorso entusiasmante e a credere che la vita gli riservi ancora molte sorprese, consentendogli nel frattempo di riallacciare i rapporti con Emily.

Insomma un prodotto che segue i dettami delle altre fatiche del regista americano, da “The Office” a “Brooklyn Nine-Nine”, ma con una sottile vena malinconica. In una parola: solitudine. E’ quella infatti che echeggia dentro i personaggi della Pacific View, nonostante la vita comunitaria, quasi a monito per le generazioni successive ormai sempre più schiave di oggetti tecnologici e prive di calore umano. Lo vediamo concretamente nel percorso di redenzione attuato dai figli di Charles e Calbert, al pari della miopia messa in scena dal figlio di Helen che mette su questa “missione” esclusivamente per un senso di giustizia e diffidenza sociale, completandone così un mosaico sociale più reale e veritiero.

Grazie poi alla durata breve degli 8 episodi (circa 30 minuti), “A man on the inside” scorre via con estrema facilità, seminando nel suo tragitto temi delicati come il lutto, il sospetto, e la malattia, con una sceneggiatura efficace e multifocale, favorito da un cast camaleontico e capace di empatizzare al meglio con lo spettatore.

Insomma “A man on the Inside” si inserisce al meglio nel palinsesto di Netflix, grazie a una scrittura creativa e irriverentemente tragica, capace di scivolare con poco fra comedy e drama, valida da 0 a (soprattutto) 99 anni!

Luca Fortunato

Nato con la 'penna' all'ombra del Colosseo, sono giornalista pubblicista nell'OdG del Lazio. Accanto alle cronache del mio Municipio con il magazine La Quarta, alterno le mie passioni per la musica e lo spettacolo scrivendo per alcune testate online (Indielife e M Social), senza dimenticare il mio precedente habitat universitario. Lì ho conseguito una laurea triennale in Comunicazione a La Sapienza e ho scritto per il mensile Universitario Roma. Frase preferita? "Scrivere è un ozio affaccendato" (Goethe).

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