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“Fenice Iblea” di Paola M. Liotta | RECENSIONE

La propria strada, a volte, è segnata. Destino oppure no, la vita segue un percorso invisibile. Alcune cose le senti sin da bambino, situazioni che ti influenzano nella crescita. Non sai ancora dargli un nome preciso, ma sei consapevole di un cambiamento che piano piano formerà il carattere. Più vai avanti con gli anni e più te ne accorgi con evidente chiarezza. Quando sei padrone della tua vita, le scelte che fai portano la firma di ciò che avverti da piccolo pur non sapendolo né nominare né spiegare. E’ come se da sempre hai avuto contezza delle decisioni da prendere. Quelle serie, importanti, conservano la forza delle proprie passioni, aspirazioni, ambizioni. In esse c’è traccia del sacrificio costante della fame di farcela a tutti i costi. La volontà richiede un certo rigore che allena la mente allo spirito di abnegazione. Gli obiettivi vanno raggiunti e lo sforzo è quotidiano. Senza impegno si fa poca strada rischiando addirittura di cadere più del dovuto e rialzarsi diventa poi complicato se si perde di vista la misura dell’esistenza stessa. Ecco allora, bisogna ascoltare la vita, respirarla, sentirla addosso, viverla. 

In Fenice Iblea di Paola M. Liotta conosci l’amicizia tra Beatrice ed Eleonora. Abola, 1574. Beatrice, poetessa in latino e studiosa di filosofia, soggiorna in casa dell’amica Eleonora. Bea ha perso da poco la madre. Insieme ai fratelli è stata accolta dagli amici di famiglia e la loro permanenza e la vita di tutti gli altri, di colpo, è sconvolta dall’approdo della flotta turca. Le famiglie si mettono in salvo giungendo a Noto. Le ragazze ed i loro fratelli saranno accolti nel convento della zia Venerina, “A Badissa”. Ma l’arrivo di una coppia con una bambina al seguito rischia di innescare un incubo nell’incubo. Le amiche, timorate di Dio, comprenderanno appieno cosa sentono verso la vita e quale strada prendere seguendo le proprie emozioni. 

Il libro nella fase iniziale, circa le prime cinquanta pagine, è stancamente ripetitivo. Il concetto cardine su cui poggia la storia è ribadito quasi all’eccesso. Questo toglie vivacità ad alcune figure, soprattutto secondarie, che presentano una personalità interessante e affascinante. Le pillole di siciliano sono preziose. Il finale risulta sbrigativo. E’ come se nello sprint conclusivo la chiusa venisse accelerata da una mancata ispirazione. Tutto corre velocemente pur di mettere fine al racconto.    

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