La solitudine ti prende anche quando la eviti. Ne hai paura. Ti avvinghia ad una convivenza forzata martoriandoti con pensieri insistenti che, a volte, non hanno né capo né coda, ma segnano solo il ritmo delle ore. E’ sempre tardi per riappropriarsi del prima che ti sei lasciato scappare dalle mani come se fosse una cosa da poco, inutile. Così, senza accorgertene, ti allontani dalla vita stessa, dalle cose belle, perché l’isolamento ti porta ad essere duro con te stesso e con gli altri. Vivi e vedi le situazioni in chiaroscuro, in costante penombra. La foschia ingabbia l’anima, la riduce in poltiglia tanto ne esce maltrattata dalla visione gotica dell’esistenza. Tremi, ti senti ferito. Solo. Sancisci un patto con la solitudine che ti guarda dall’alto in basso quasi fossi un pezzente che cerca la questua per rimettersi in piedi. Ti mostri secco, senza grandi prospettive, con poche ambizioni, ateo nel creare una famiglia che non vuoi. Poi, ti accorgi delle sciocchezze che hai partorito obnubilato da una mente soggiogata dalla solitudine. Per vincerla, hai solo una scelta. Non puoi scappare.
In La famiglia di Cesare Pavese entri nella psicologia di un uomo solitario, Corrado. E’ abituato a soffrire in silenzio ed a conquistare l’esperienza attraverso il dolore e l’inclinazione a complicarsi la vita attraverso un travaglio emotivo che assume la forma cruda dell’esistenza. L’uomo incontra nuovamente, dopo molto tempo, la donna che non aveva più cercato e che gli aveva lasciato un forte ricordo. Cate, quando si ripresenta, è diversa. Di lei, com’era una volta, restano solo gli occhi e i capelli. Tutto il resto è cambiato. Ma in più ha ciò che da Cate non si aspetta.
Il romanzo breve ha il vigore della psicologia che avvolge soprattutto il protagonista Corrado. E’ una storia pregna dell’analisi che l’uomo fa su sé stesso conducendo poi il lettore ad una riflessione specchiata. La scrittura è un lavoro di artigianato puro, fatto di cesello.
