TELEVISIONE

Sanremo 2026: un ballo salverà il mondo? | EDITORIALE

Habemus il tanto “atteso” vincitore del Festival di Sanremo 2026. È Sal da Vinci, il prete d’Italia che ha saputo riprendersi, nonostante i pregiudizi e l’età, la viralità e trasformarla in un Leoncino d’oro. Un vessillo alla carriera (ma non diciamolo troppo ad alta voce) per il cantautore partenopeo con origini newyorkesi, che ha saputo sfruttare a pieno l’onda mediatica precedente di “Rossetto e Caffé“, e creare il tanto agognato upgrade in salsa “Boss delle cerimonie” chiamato“Per me sì”. Un brano ambiguo, che strizza l’occhio all’establishment politico attuale e all’italiano medio, che riporta in auge il genere neomelodico in extended version. Ma come spiegare questo tormentone? Forse col periodo storico che ci sta particolarmente togliendo il fiato. Di fronte alla paura, d’altronde si rifugge sulla comfort zone e così il matrimonio, punto debole insieme alle nascite, rientra nei valori da riprendere. Salvatore non fa nulla, anzi apparecchia solo il singolo grazie ai suoi innumerevoli anni di carriera e si trasforma nell’icona di chi ce la fa dopo anni, di quel tempo “lento” che va in antitesi alla frenesia di questi tempi. La fedeltà di fronte dall’istinto… Almeno per una posizione.

Perché se qui si vede un modo idealistico che quasi rifugge nel passato, c’è subito un Sayf che, fresco di televoto da vincitore, ci riporta in upbeat la situazione in chiave ironica, toccando assi importanti della nostra anima a trazione diesel. Infatti il giovane ligure é cresciuto con gli ascolti, fermandosi a un passo dal traguardo, ma lasciando un messaggio di presenza artistica che fa bene al mercato discografico ma soprattutto alla scrittura creativa.

Così come per Ditonellapiaga che porta un’elettropop dirompente all’Ariston, ma soprattutto un personaggio eccentrico e scomodo di cui avevamo bisogno. Con i suoi look imprevedibili e le sue performance, ha saputo sradicare la quota rassicurante di Arisa e la psicanalisi di Fedez-Masini, garantendosi la dovuta visibilità dopo anni di gavetta.

Insomma la musica è viva e il Festival, pur lasciando qualche punto in giro per l’Italia e quello strano alone di baudismo, continua a generare originalità e imprevedibilità, grazie a un evidente ricambio generazionale che ci fa ben sperare.

Luca Fortunato

Nato con la 'penna' all'ombra del Colosseo, sono giornalista pubblicista nell'OdG del Lazio. Accanto alle cronache del mio Municipio con il magazine La Quarta, alterno le mie passioni per la musica e lo spettacolo scrivendo per alcune testate online (Indielife e M Social), senza dimenticare il mio precedente habitat universitario. Lì ho conseguito una laurea triennale in Comunicazione a La Sapienza e ho scritto per il mensile Universitario Roma. Frase preferita? "Scrivere è un ozio affaccendato" (Goethe).

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