La disciplina è figlia del rigore. Si porta appresso le regole, buone o brutte che siano. Sequestra l’istinto che mal si accorda con il senso e il peso della responsabilità. Insomma, tutto impegno e sacrifici. Non puoi attardarti sull’uscio dell’incanto. Acceleri la corsa per non restare indietro, per non farti fregare, per anticipare la fortuna che va oliata con le giuste conoscenze, alleanze, con i dovuti rapporti, legami. Gli astri del potere non si muovono da soli. Finire intrappolati nelle mani dei potenti, quando si chiede soccorso perché sull’orlo del fallimento, è un atto di disperazione oppure di vanagloria repressa. Nel limbo di ombre, di liquidità sospette, di obblighi da ottemperare, di controparti da bilanciare, di compromessi da accettare, di favori da restituire, ti affacci ad una nuova fede alla quale di attacchi per non perire. Rabbrividisci al solo pensiero di perdere tutto, specie se quel tutto appartiene anche agli altri: alla famiglia, al patrimonio di famiglia, al nome di una dinastia. Tutto bruciato per seguire un sogno, per la grandezza di sentirsi onnipotenti nella fama di un prestigio che crolla sulla base di scelte avventate, di contatti discutibili, di decisioni scellerate. La vita presenta sempre il conto anche se l’ostinazione di riportare ogni cosa come era prima e forse più splendente di prima trasforma la realtà in ossessione, il possesso in autorità. E non sei più padrone di niente, nemmeno di te stesso.
In L’eco delle stelle di Chiara Bianchi, edito da Salani, entri nelle pieghe della famiglia Rizzoli tra vicende private e pubbliche. Metà anni Settanta. Angelo Rizzoli è un ragazzo cresciuto troppo in fretta, con un cognome che pesa e la responsabilità di un’azienda sull’orlo del collasso. Suo padre Andrea è uscito di scena. Si è trasferito in Costa Azzurra insieme alla nuova compagna e lì cerca di rilassarsi tra feste e tavoli da gioco. Adesso tocca a lui, Angelo Jr, portare avanti la baracca. E le cose non sono per niente facili. Un giorno entra nella camera 127 di un lussuoso hotel. Ad attenderlo c’è un uomo molto potente e temuto: l’unico dicono, che abbia le conoscenze in grado di salvare l’impero dei Rizzoli, soffocato dai debiti contratti per l’acquisto del Corriere della Sera. Lo chiamano il Venerabile Maestro, il suo nome è Licio Gelli. Da quel momento le regole del Commenda, che l’impero della Rizzoli l’aveva costruito da solo e dal niente, non sono più “non fare debiti” o “stare lontano dalla politica”. Ma ogni cosa vale per evitare di perdere tutto, non si è disposti a lasciarsi sfuggire un sogno e il proprio nome che devono realizzarsi e resistere. I conti, però, non tornano.Il romanzo è molto interessante. La narrazione affonda nel buio del sottobosco delle promesse dove l’oscurità è garanzia di segretezza, di ordine occulto, di decisioni che spalancano porte e caveau. La scrittura è asciutta, precisa, non incorre in esitazioni. È chirurgica nella ricostruzione nella storia di una famiglia che ha creato l’editoria italiana e che ha pagato colpe ed errori commessi
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