A soli 24 anni, Armin Lihic ha già trasformato una storia personale segnata dalla perdita e dalle difficoltà in uno sguardo capace di raccontare l’essere umano. Cresciuto tra Bosnia ed Erzegovina e Italia, ha trovato nella fotografia e nel cinema un linguaggio per parlare di identità, appartenenza, fragilità e speranza. Oggi, tra riconoscimenti artistici e nuovi progetti, Armin non vuole essere definito dal proprio passato, ma da ciò che ha scelto di costruire. In questa intervista racconta il suo percorso, il rapporto con l’arte e quella ricerca di luce che attraversa ogni sua fotografia.
Credo di averlo capito quando ho smesso di fotografare ciò che vedevo e ho iniziato a fotografare ciò che sentivo. All’inizio pensavo che la fotografia fosse soprattutto osservazione: trovare una luce, un volto, un momento. Poi ho capito che, anche quando fotografi qualcun altro, inevitabilmente racconti qualcosa di te.
Ci sono emozioni che non riuscivo a spiegare a parole, ma che riconoscevo in un volto, in un corpo, in una stanza vuota o in uno sguardo. E allora ho iniziato a fotografarle.
Oggi penso che ogni mia fotografia sia una sorta di confessione senza parole. A volte racconta la persona che ho davanti, altre volte racconta me. E spesso racconta entrambi. Non credo quindi di aver scelto la fotografia: a un certo punto è stata lei a trovare me.
Non cerco necessariamente di lasciare una risposta, anzi, spesso preferisco lasciare una domanda. Vorrei che chi guarda una mia fotografia, per qualche secondo, smettesse di osservare soltanto il soggetto e iniziasse a guardare anche se stesso.
Non mi interessa creare immagini semplicemente belle. La bellezza può attirare l’attenzione, ma voglio che una fotografia lasci qualcosa anche dopo aver distolto lo sguardo: un’emozione, un ricordo, un disagio o una domanda.
Non voglio fotografare soltanto ciò che le persone mostrano, ma anche ciò che cercano di nascondere. Se qualcuno, davanti a una mia immagine, sente di essere visto davvero, allora per me quella fotografia ha raggiunto il suo obiettivo.
Per me è fondamentale, perché l’arte può arrivare in luoghi dove le parole spesso non riescono. Quando parliamo di salute mentale, non sempre una persona riesce a spiegare quello che prova: a volte c’è solo un peso, un’ansia o un vuoto che non sai raccontare nemmeno a te stesso.
Le mie esperienze mi hanno insegnato che il dolore può essere nascosto, può diventare qualcosa che ci definisce oppure può essere trasformato in qualcosa che abbia un significato anche per gli altri. Io ho scelto quest’ultima strada.
Non voglio raccontare il dolore per essere compatito, ma per trasformarlo in consapevolezza, dialogo e, magari, speranza. Se una persona guarda un mio lavoro e pensa «quello che sto vivendo non succede solo a me», allora quell’opera ha già fatto qualcosa di importante.
Sicuramente il titolo di “Eroe della generazione”. Non tanto per il titolo in sé, quanto per il momento in cui è arrivato. Stavo attraversando una fase molto delicata della mia vita e riceverlo attraverso il mio lavoro ha avuto un significato profondo.
L’ho sentito come un riconoscimento alla mia capacità di continuare a costruire qualcosa nonostante ciò che avevo vissuto. Non penso alla targa o al titolo, ma a tutto quello che c’era dietro.
Anche il primo premio ricevuto in Italia e il riconoscimento dell’Ambasciata d’Italia in Bosnia hanno un significato speciale. Quest’ultimo, in particolare, ha rappresentato per me la chiusura di un capitolo prima di trasferirmi in Italia.
I premi più importanti sono quelli che non ti ricordano soltanto dove sei arrivato, ma anche quanta strada hai fatto. “Eroe della generazione” rimane speciale perché, in quel momento, ho sentito di essere stato premiato soprattutto per non essermi arreso.
Sembrano due mondi molto diversi, ma hanno una cosa fondamentale in comune: entrambi parlano dell’essere umano, anche se da prospettive diverse.
Con la fotografia cerco di catturare ciò che una persona non dice: uno sguardo, un gesto, un silenzio. La recitazione, invece, mi permette di entrare dentro un personaggio, comprenderne paure, desideri e contraddizioni e dargli una voce.
La fotografia mi ha insegnato a osservare, la recitazione mi sta insegnando a sentire. Ma in entrambe cerco la stessa cosa: la verità, anche quando è scomoda o imperfetta.
Gli direi di non permettere al proprio passato di diventare la propria identità. Quello che ti è successo fa parte di te, ma non decide chi sarai.
Non gli direi che sarà tutto facile, perché sarebbe una bugia. Ci saranno giorni difficili, ma non sei obbligato a rimanere nella versione di te che quelle esperienze hanno creato.
Io non voglio essere ricordato per ciò che mi è stato tolto, ma per ciò che ho scelto di costruire. E soprattutto direi di non vergognarsi mai della propria storia. Non siamo soltanto quello che ci è successo: siamo anche ciò che, nonostante tutto, abbiamo avuto il coraggio di diventare.
La famiglia, per me, ha un significato molto profondo, anche perché ho imparato che può assumere forme diverse.
Sono infinitamente grato alla mia famiglia italiana. Non mi ha mai fatto sentire diverso o ospite: mi ha dato amore e mi ha fatto sentire parte della famiglia esattamente come i loro figli. Mi hanno insegnato che l’amore non ha bisogno dello stesso cognome per essere vero.
Anche mia cognata, che considero a tutti gli effetti una sorella, è una persona fondamentale per me. È una di quelle persone con cui posso parlare di tutto.
Credo che la cosa più bella sia stata incontrare persone che non erano obbligate ad amarmi e che, invece, hanno scelto di farlo. Per questo oggi, quando penso alla famiglia, penso a chi mi ha dato un posto, mi ha fatto sentire importante e, ancora oggi, quando torno, mi fa sentire a casa.
Privatamente sono molto più semplice e riservato di quanto si possa immaginare. All’inizio posso essere anche timido e chiuso. C’è un Armin più sicuro ed estroverso che tutti vedono e uno più silenzioso, sensibile e vulnerabile che non concedo a tutti.
Mi rendono felice la mia famiglia, le persone che amo, le risate senza motivo, una cena improvvisata e una serata tranquilla. Sono proprio le piccole cose, spesso lontane da una fotografia, quelle che ricordo di più.
E poi c’è l’amore. Per me significa poter stare insieme anche senza parlare, sentirsi a casa accanto a qualcuno e poter essere semplicemente se stessi. Il mio partner è la persona davanti alla quale non devo essere l’artista o quello che gli altri si aspettano. Posso essere semplicemente Armin, con le mie fragilità e le mie contraddizioni.
Per il futuro sogno di continuare a crescere, avere successo, conoscere il mondo e costruire una vita piena. Ma c’è una cosa che sento di aver già trovato: quella parte della vita legata all’amore e all’appartenenza. E forse il lusso più grande è proprio avere una persona davanti alla quale puoi togliere completamente la maschera.
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