In questo 2026 pullulo di superficialità e schizofrenia social, c’è ancora speranza per la televisione di invertire la rotta. Ebbene proprio Mediaset, la casa per antonomasia della leggerezza, ha effettuato una deviazione improvvisa, in un periodo particolarmente divisivo. Lo ha fatto con una figura conciliante che proprio in questo mese festeggerà il suo mese: Carlo Acutis.
Un ragazzo venuto a mancare a soli 15 anni nel 2006 che ha saputo restituire al mondo l’immagine eterna – ma così drammaticamente demodé – della religione cattolica. In occasione del ventesimo anniversario dalla sua precoce scomparsa e a un anno dalla sua santificazione, Canale 5 si è fatta trovare pronta ad accenderne la fiaccola, portando in scena il biopic “Il mio nome è Carlo”. Una sceneggiatura concreta, figlia del regista Giacomo Campiotti che tanto ci aveva tolto l’anima con “Braccialetti rossi” e del protagonista, interpretato a 15 anni fa Samuele Carrino, che ci aveva fatto commuovere due anni fa con “Il ragazzo dai pantaloni rosa”.
Tra i due personaggi dello spettacolo, assieme agli altrettanto convincenti Nicoló Caruz Jaramillo (Carlo a 6 anni) ed Edoardo Vitalone (a 9 Anni) è nato un sodalizio trasversale, originale, struggente, capace di incollarci circa due ore – pubblicità incluse – per farci empatizzare col protagonista nei suoi anni di vita e renderci consapevoli di questa quotidianità speciale vissuta sugli insegnamenti cattolici. Perché Carlo Acutis infatti era un ragazzo qualsiasi, secondo alcuni pure fortunato per essere nato nel “lato del mondo migliore” economicamente, che in realtà ha saputo dare valore istintivamente alla vita altrui, entrando in piena sintonia con gli obsoleti precetti cattolici, ancor prima di studiarli.
Un’adorazione improvvisa, spontanea, in età infantile che ha saputo in un secondo momento attingere alla modernità tecnologica, per poterla rendere visibile a chiunque. Carlo Acutis infatti voleva “riempire la Chiesa” e ha iniziato così la sua “autostrada verso il Paradiso” a piccoli passi, vivendo una beatitudine incondizionata nei confronti del sacro e sentendosi portatore del suo messaggio, a tal punto da diventare un culto postumo per i Millenians che gli rendono omaggio ancora oggi ad Assisi .
E ora, come accaduto già con l’exploit del Cammino di Santiago sul grande schermo, si proverà altresì a creare un’eco mediatico ancor più udibile tra film e documentario, con l’augurio che non diventi soltanto una moda impulsiva, ma un incoraggiamento verso il lato giusto delle nostre vite.
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