Un viaggio nell’uomo prima che nell’esponente politico. Le ambizioni, le rinunce, il peso delle delusioni, il rapporto con il potere e gli interrogativi sul futuro dell’Italia. Un’intervista che prova ad andare oltre le dichiarazioni pubbliche, alla ricerca di ciò che resta quando si spengono i riflettori.
Ci sono persone che conosciamo attraverso ciò che fanno. Attraverso gli incarichi che ricoprono, le responsabilità che assumono, le idee che difendono. E poi esiste una parte della loro storia che difficilmente trova spazio nelle interviste: quella delle scelte compiute in silenzio, delle occasioni perdute, delle delusioni mai raccontate e delle domande alle quali, forse, non hanno ancora trovato una risposta.Perché dietro ogni percorso pubblico esiste inevitabilmente una vicenda privata. E non sempre le due storie coincidono.
Filippo Marra è un professionista impegnato anche nell’ambito istituzionale e politico. Ma questa volta non vogliamo partire dagli incarichi, dalle appartenenze o dalle posizioni espresse nel dibattito pubblico. Vogliamo provare a conoscere la persona che esiste prima di tutto questo. L’uomo che ha dovuto scegliere, che può aver sbagliato, che ha incontrato persone capaci di lasciare un segno e altre che, forse, gli hanno insegnato quanto possa essere amara una delusione. L’uomo che, come chiunque altro, ha dovuto fare i conti con il tempo, con le aspettative e con quella distanza, talvolta dolorosa, tra ciò che immaginavamo di diventare e ciò che siamo realmente.
È un percorso che parte dalla dimensione più intima dell’esistenza per arrivare alla responsabilità collettiva. Perché il modo in cui guardiamo il futuro di un Paese dipende anche dal modo in cui abbiamo imparato a guardare il nostro passato.E allora, per una volta, proviamo a lasciare fuori dalla porta le risposte convenzionali, le formule della politica e il linguaggio delle istituzioni.Non per chiedere a Filippo Marra soltanto che cosa pensa, ma per comprendere chi è, che cosa lo ha cambiato e quale Italia vorrebbe consegnare a chi verrà dopo di noi.
Dottor Marra, siamo abituati a raccontare le persone attraverso i risultati raggiunti, quasi che il valore di un’esistenza si misurasse esclusivamente attraverso ciò che si è riusciti a costruire. Ma io vorrei cominciare da ciò che normalmente si tace. Se per un momento le chiedessi di dimenticare gli incarichi, la professione e la politica, e di tornare con la memoria al ragazzo che era, quali sogni ritroverebbe? E soprattutto, guardando l’uomo che è diventato, crede che quel ragazzo sarebbe orgoglioso di lei oppure avrebbe qualcosa da rimproverarle?
Sono nato povero. E quando dico povero non mi riferisco a una povertà raccontata a posteriori, quasi romantica, ma a una povertà vera, concreta, di quelle che entrano nella quotidianità e finiscono per condizionare persino il modo in cui un bambino guarda il mondo. Mio padre lasciò mia madre quando avevo appena un anno. Eravamo nel 1973. Oggi può essere difficile comprenderlo fino in fondo, ma allora una separazione era già di per sé un dramma sociale; in una terra come la Calabria poteva diventare anche uno stigma. Mia madre non aveva mai lavorato, perché proveniva da un contesto nel quale, semplicemente, si riteneva che una donna non dovesse farlo. Così vivevamo con la pensione dei miei nonni. In casa non avevamo il televisore. La mia prima bicicletta non me la regalò nessuno: me la costruii da solo, mettendo insieme pezzi che trovavo in giro. La carne arrivava sulla tavola poche volte al mese. Ricordo ancora le scarpe bucate e mia madre che ritagliava delle suolette di cartone e le infilava dentro, per farle durare qualche giorno in più, nell’attesa di poter andare al mercato a comprarne un altro paio. Sono immagini che non si dimenticano. E vede, quando cresci così, persino sognare rischia di diventare un privilegio. Prima ancora di chiederti che cosa vorresti diventare, impari a fare i conti con quello che hai e, soprattutto, con quello che non hai. C’era poi un’altra forma di povertà, forse ancora più difficile da spiegare: quella affettiva. Io sono cresciuto senza una figura paterna. A scuola vedevo gli altri bambini accompagnati dal padre; io arrivavo con mia madre o con i miei nonni. Da bambino non possiedi gli strumenti per comprendere le scelte degli adulti: avverti soltanto un’assenza. E quell’assenza, a quell’età, può trasformarsi nella sensazione che ti manchi qualcosa, che tu sia diverso dagli altri, quasi inferiore. In certi momenti ti senti perfino sbagliato. Ti senti osservato, qualche volta deriso, quasi bullizzato. E inizi la vita con l’impressione di dover recuperare una distanza che gli altri non hanno. Probabilmente è anche per questo che sono cresciuto in fretta. Ho dovuto farlo. Non avevo qualcuno che mi indicasse la strada o che potesse spianarmela. Ho imparato molto presto a rimboccarmi le maniche, a cadere e a rialzarmi da solo. Eppure proprio lì, in mezzo a tutte quelle difficoltà, è nato quello che allora sembrava un sogno irrealizzabile: costruire qualcosa attraverso il mio lavoro e, soprattutto, riuscire un giorno a essere utile agli altri. Non volevo semplicemente cambiare la mia condizione. Volevo fare in modo che ciò che avevo vissuto non diventasse soltanto una ferita, ma una ragione per comprendere meglio le difficoltà degli altri. Se oggi mi chiede se quel ragazzo sarebbe orgoglioso dell’uomo che sono diventato, credo di poterle rispondere di sì. Non perché io pensi di aver fatto tutto bene. Ho commesso errori, soprattutto da giovane. Ma gli errori fanno parte della crescita e, qualche volta, sono proprio quelli a insegnarti le lezioni che nessuno può insegnarti. Io ho dovuto impararle molto presto. Forse quel ragazzo mi guarderebbe incredulo. Penserebbe alla casa senza televisore, alla bicicletta costruita con pezzi recuperati qua e là, alle scarpe bucate con il cartone dentro, alle volte in cui si è sentito diverso e a quelle in cui ha avuto paura che la vita fosse già stata decisa per lui. E poi guarderebbe la strada percorsa. Credo che sarebbe orgoglioso soprattutto di una cosa: non aver permesso a ciò che gli mancava di stabilire ciò che sarebbe diventato. Per questo, se devo essere sincero, non ho molto da rimproverargli e non ho molto da rimproverarmi. Quella vita mi ha tolto qualcosa, certamente, ma mi ha anche insegnato a riconoscere il valore delle opportunità, delle persone e della dignità. E forse il risultato più importante non sono gli incarichi che ho ricoperto o i traguardi che ho raggiunto. È poter guardare oggi quel bambino e dirgli: “La strada sarà molto più difficile di quanto immagini. Ma ne varrà la pena”. Sì, penso che sarebbe orgoglioso di me. E io, oggi, sono orgoglioso di lui.
Nella vita ci sono scelte che ci aprono delle porte e altre che ce ne chiudono per sempre. A volte rinunciamo a qualcosa per inseguire un’ambizione, altre volte scopriamo troppo tardi di aver sacrificato ciò che contava davvero. Lei ha mai dovuto scegliere tra ciò che desiderava profondamente e ciò che riteneva giusto fare? C’è una decisione che, pur non rinnegandola, oggi prenderebbe diversamente? E quale prezzo ha pagato, sul piano personale, per diventare l’uomo che è?
Se torno indietro nel tempo parto da una convinzione che mi ha sempre accompagnato: nulla accade completamente per caso. Anche gli errori, le cadute, gli incontri sbagliati finiscono, prima o poi, per lasciare un insegnamento. Nella mia vita ho seguito molto l’istinto. Forse qualche volta persino troppo. Ma è la mia natura. Lei parla di porte che si aprono e di porte che si chiudono. Ecco, io non ho mai amato le porte chiuse. Anzi, metaforicamente parlando, ho sempre preferito togliere prima le serrature, così da essere sicuro che nessuno potesse chiuderle davanti a me. Non ho mai voluto essere uno spettatore della mia vita. Non mi è mai interessato sedermi tra il pubblico e guardare gli altri salire sul palco. Ho sempre voluto essere lì, assumendomi il rischio di essere protagonista: con gli applausi, quando arrivano, ma anche con i fischi, le cadute e la responsabilità delle proprie scelte. Sono Toro, ascendente Toro e, per di più, calabrese: diciamo che la testardaggine non mi manca. Quando mi metto in testa qualcosa, giusta o sbagliata che sia, difficilmente mi fermo a metà strada. Devo arrivare fino in fondo. Devo capire con i miei occhi se avevo ragione oppure se stavo sbagliando. Non ho mai amato le rinunce. Ho sempre preferito vivere con qualche rimorso piuttosto che con il peso di un rimpianto. Perché il rimorso nasce da qualcosa che hai avuto il coraggio di fare; il rimpianto, molto spesso, da qualcosa che non hai avuto il coraggio di tentare. E io ho sempre voluto poter dire: “Ci ho provato”. Se è andata bene, ne è valsa la pena. Se è andata male, ho imparato qualcosa. E se sono caduto, mi sono rialzato. Probabilmente, se cadrò ancora, farò esattamente la stessa cosa: proverò a rialzarmi un’altra volta. Per questo non rinnego quasi nessuna delle mie scelte. Anche quelle sbagliate appartengono alla persona che sono diventato. C’è però una decisione sulla quale, tornando indietro, probabilmente mi fermerei a riflettere più a lungo. Una scelta nella quale credo di essermi lasciato guidare troppo dall’amore, dall’istinto e forse dall’idea che certi sentimenti fossero destinati a durare per sempre. Parlo della scelta della persona con la quale avere un figlio. Voglio essere molto chiaro su questo punto, perché non vorrei che le mie parole potessero essere interpretate diversamente: non rimpiango nemmeno per un istante mio figlio. Un figlio è un dono e tale rimane indipendentemente da ciò che può accadere tra due adulti. Ci sono uomini e donne che desiderano profondamente diventare genitori e ai quali, purtroppo, la vita non concede questa possibilità. Per questo essere padre è qualcosa di cui conosco e riconosco profondamente il valore. Se potessi cambiare qualcosa, dunque, non cambierei mai mio figlio. Cambierei, forse, la scelta della persona con cui condividere una responsabilità così grande. Perché c’è un aspetto di questa storia che ha toccato una ferita molto antica della mia vita. Io sono cresciuto senza mio padre. So perfettamente cosa significhi essere un bambino e percepire quell’assenza. So cosa significa guardare gli altri e chiedersi perché nella propria vita manchi una figura che dovrebbe esserci. Per questo mai avrei immaginato di ritrovarmi, da adulto, nella condizione di essere padre senza poter vivere pienamente la quotidianità di un padre. È stato probabilmente uno dei paradossi più dolorosi della mia vita: aver sofferto da figlio per l’assenza di un padre e ritrovarmi, anni dopo, a conoscere dall’altra parte una forma diversa di quella stessa distanza. Ed è qui che credo che gli adulti abbiano una responsabilità enorme. Una coppia può finire. Un amore può esaurirsi. Due persone possono scoprire di non essere più capaci di vivere insieme e possono perfino arrivare a non sopportarsi più. Succede. Ma essere genitori è un’altra cosa. Si può smettere di essere marito e moglie, compagno e compagna. Non si smette di essere padre e madre. Quando una relazione finisce, dovrebbe iniziare una forma diversa e forse ancora più difficile di maturità: mettere da parte il rancore, l’orgoglio, le questioni economiche e i conflitti personali per ricordarsi che esiste qualcuno che non ha scelto quella separazione e che non dovrebbe mai pagarne il prezzo. I figli non possono diventare strumenti di conflitto, né mezzi attraverso i quali ferire l’altro genitore. Non dovrebbero essere coinvolti nelle battaglie degli adulti, né trasformati, consapevolmente o inconsapevolmente, in strumenti di pressione affettiva o economica. Perché alla fine possiamo convincerci di aver vinto una battaglia contro l’altro, ma se nel frattempo abbiamo ferito un figlio abbiamo perso tutti. Questo, probabilmente, è stato il prezzo personale più alto che ho pagato. Un prezzo molto più grande di qualsiasi sacrificio professionale, economico o politico, perché alcune cose si recuperano: il denaro si può riguadagnare, una carriera si può ricostruire, una sconfitta si può superare. Il tempo, invece, soprattutto quello che riguarda un figlio, non torna indietro. E questa consapevolezza mi ha cambiato. Mi ha fatto soffrire, certamente, ma mi ha anche insegnato qualcosa. Oggi so che non tutte le battaglie devono essere vinte, che non tutte le persone possono essere cambiate e che, qualche volta, la vera forza consiste nell’accettare ciò che non dipende da noi senza permettere che ci distrugga. Quindi, tornando alla sua domanda: quale prezzo ho pagato per diventare l’uomo che sono? Un prezzo molto alto. Ma anche questa esperienza, nel bene e nel male, è entrata a far parte di me. Mi ha reso più consapevole, probabilmente più prudente nei sentimenti, certamente più attento al valore delle persone. E continuo a vivere secondo la regola che mi ha accompagnato fin da ragazzo: preferisco portare con me le cicatrici delle cose che ho avuto il coraggio di vivere piuttosto che i rimpianti di una vita trascorsa chiedendomi come sarebbe andata se avessi avuto il coraggio di provarci.
Si dice spesso che il tempo insegni a riconoscere le persone, ma raramente ci prepara al dolore di scoprire che qualcuno nel quale avevamo riposto fiducia non era ciò che immaginavamo. Vorrei chiederle se, nel suo percorso umano e professionale, abbia conosciuto più il peso delle sconfitte o quello delle delusioni. C’è stato qualcuno che l’ha ferita al punto da cambiare il suo modo di fidarsi degli altri? E lei, che immagine dà di sé a chi la incontra, quanto spazio concede alla propria fragilità quando nessuno la osserva?
Nella mia vita ho incontrato un numero enorme di persone. Alcune sono rimaste, altre sono passate velocemente, altre ancora avrei preferito non incontrarle mai. Ma tutte, in un modo o nell’altro, mi hanno lasciato qualcosa. Di carattere sono fondamentalmente un buono. Sono disponibile, probabilmente anche troppo, altruista e istintivamente portato a credere nella buona fede delle persone. Il mio primo impulso non è mai quello di pensare che chi ho davanti voglia approfittarsi di me. Preferisco concedere fiducia e correre il rischio di rimanere deluso piuttosto che vivere considerando ogni persona un potenziale nemico. Questo, però, ha avuto un prezzo. Sono cattolico e praticante, ma devo confessarle che c’è un insegnamento cristiano con il quale faccio molta fatica: porgere l’altra guancia. Non sono capace di farlo. E soprattutto faccio fatica a perdonare. Lo riconosco come uno dei miei difetti più grandi. Non lo dico con orgoglio e non voglio trasformare un limite in una virtù. Semplicemente conosco me stesso abbastanza da sapere che posso sopportare quasi tutto: una sconfitta, un dolore, un attacco, persino un’ingiustizia. Ma quando viene tradita la mia fiducia qualcosa dentro di me cambia definitivamente. Forse il punto è proprio questo: più che non saper perdonare, faccio fatica a tornare a fidarmi. Perché posso comprendere un errore, anche grave. Posso comprendere una debolezza, una caduta, una scelta sbagliata. Siamo esseri umani e io per primo ho commesso errori. Quello che difficilmente riesco ad accettare è l’inganno consapevole: scoprire che qualcuno al quale avevi aperto la porta non era entrato per condividere un pezzo di strada con te, ma semplicemente per prendere ciò che gli serviva. Non amo le zone grigie. È un altro mio limite, probabilmente. Per me molto spesso è bianco o nero, sì o no, dentro o fuori. Non sono mai stato bravo con i “ni”, con le mezze verità, con le convenienze mascherate da amicizia. E sono estremamente diretto. Se devo dire una cosa, la dico. Anche quando è scomoda, anche quando so che può fare male e persino quando sarebbe più conveniente tacere. Naturalmente questo modo di essere mi ha creato problemi e inimicizie. Ma continuo a preferire una verità dolorosa a una bugia rassicurante. Le furbizie, poi, non le sopporto. E ancora meno sopporto essere preso per stupido. Perché quando qualcuno cerca di ingannarti non sta soltanto mentendo: in qualche modo sta anche sottovalutando la tua intelligenza. Lei mi chiede se abbia conosciuto più il peso delle sconfitte o quello delle delusioni. Le rispondo senza esitazione: le delusioni. Le sconfitte fanno parte della vita. Una competizione si può perdere, un progetto può fallire, una battaglia professionale o politica può finire diversamente da come speravi. Fa male, certo, ma una sconfitta ha quasi sempre qualcosa da insegnarti. Ti obbliga a capire dove hai sbagliato e, se hai carattere, ti spinge a ricominciare. Le delusioni umane sono diverse. Perché una sconfitta mette in discussione ciò che hai fatto; una delusione mette in discussione ciò in cui avevi creduto. E nella mia vita ci sono state persone che mi hanno profondamente deluso. Persone che ho aiutato, difeso, sostenuto, persone alle quali ho dato fiducia e che, quando è stato il loro momento di dimostrare chi fossero, hanno scelto diversamente da come mi sarei aspettato. Alcune mi hanno utilizzato. Altre si sono avvicinate perché in quel momento ero utile. Altre ancora hanno confuso la mia disponibilità con la debolezza. E qualche volta non è stata soltanto una delusione: l’ho vissuta come una vera sconfitta personale. Perché quando hai creduto profondamente in qualcuno e scopri di esserti sbagliato, inevitabilmente inizi a interrogarti anche su te stesso. Ti chiedi: “Come ho fatto a non accorgermene? Come ho potuto concedere così tanto? Perché non ho visto prima ciò che oggi mi sembra evidente?”. Forse è questo l’aspetto che fa più male. Non tanto ciò che l’altra persona ti ha fatto, quanto scoprire che il giudizio che avevi costruito su di lei era sbagliato. Con il tempo, però, ho capito anche un’altra cosa: non posso permettere alle persone che mi hanno deluso di trasformarmi in una persona che non sono. Sarebbe concedere loro una seconda vittoria. Quindi sono rimasto disponibile, sono rimasto altruista e continuo ad esserci quando qualcuno ha veramente bisogno di me. Chi mi conosce sa che, se dico “ci sono”, ci sono davvero. Non soltanto quando le cose vanno bene, ma soprattutto quando vanno male. È questa l’immagine che credo di dare di me: quella di un uomo sul quale puoi contare.La differenza rispetto al passato è che oggi la fiducia non è più completamente istintiva. L’esperienza mi ha insegnato a osservare di più, ad aspettare, a cercare di capire chi ho davanti prima di consegnargli parti importanti della mia vita. Non significa essere diventato diffidente. Significa aver imparato che essere buoni non obbliga a essere ingenui. E poi c’è la fragilità. Quella esiste, naturalmente. Probabilmente chi mi incontra vede soprattutto un uomo forte, diretto, determinato. Uno con le spalle larghe, come si dice. Ed è vero: nella mia vita ho imparato a sopportare molto. Posso incassare dolori anche laceranti senza mostrarli, rialzarmi e continuare a camminare. Ma avere le spalle larghe non significa non sentire il peso che ci viene caricato sopra. Ci sono ferite che non mostro. Ci sono delusioni che vivo in silenzio. Ci sono momenti nei quali anch’io mi interrogo, soffro, ripenso alle persone che ho perso o a quelle sulle quali mi ero sbagliato. La differenza è che difficilmente concedo agli altri di vedere quella parte di me. Forse perché sono cresciuto imparando molto presto che dovevo cavarmela da solo. E quando impari da bambino a non mostrare troppo le tue debolezze, da adulto diventa difficile cambiare. Oggi, però, almeno una cosa l’ho capita: riconoscere di avere delle fragilità non significa essere fragili. La vera forza, probabilmente, non consiste nel non soffrire. Consiste nel riuscire a non permettere alla sofferenza di cambiare la parte migliore di noi. Io continuo a fidarmi, continuo ad aiutare, continuo a esserci. Semplicemente, oggi scelgo con molta più attenzione per chi esserci. E forse questa non è diffidenza. È il prezzo dell’esperienza.
Lei è tra i consulenti tecnici esterni del Senato della Repubblica ed è un esponente di Fratelli d’Italia. Due dimensioni che la portano a confrontarsi con le istituzioni e con la politica. Ma vorrei porle una domanda che riguarda prima di tutto la sua coscienza: nella vita è più difficile restare fedeli alle proprie idee oppure alle persone con le quali abbiamo scelto di condividerle? Le è mai capitato di sentirsi distante da una decisione, da un comportamento o da una posizione espressa dal suo stesso ambiente politico? E, se dovesse scegliere tra la lealtà verso il proprio partito e quella verso un principio che considera irrinunciabile, dove traccerebbe il confine?Innanzitutto la ringrazio, anche se considero le responsabilità e gli incarichi che ha ricordato non tanto dei traguardi da esibire, quanto delle occasioni per mettere a disposizione competenze, esperienza e capacità di confronto. La sua domanda, però, va molto oltre la politica. In fondo mi sta chiedendo dove finisca l’appartenenza e dove cominci la coscienza individuale. E io credo che la coscienza debba venire prima di tutto. Mi sono sempre considerato un uomo libero. Libero non nel senso di non avere appartenenze, idee o riferimenti, ma nel senso di non aver mai delegato a qualcun altro il compito di pensare al posto mio. Ho le mie idee, i miei valori, la mia visione della società e delle istituzioni. Ho scelto un percorso politico perché evidentemente mi riconosco in determinati principi, ma aderire a un progetto non può significare rinunciare alla propria capacità critica. Altrimenti non sarebbe appartenenza. Sarebbe obbedienza. E sono due cose profondamente diverse. Per me essere leali significa avere il coraggio di dire ciò che si pensa soprattutto alle persone con le quali si condivide un percorso. È molto facile essere d’accordo quando tutto coincide con le nostre convinzioni; la qualità di un rapporto, politico come umano, si misura invece nel momento in cui nasce una divergenza. Io il confronto l’ho sempre vissuto così: attraverso il dialogo. Non ho mai pensato che confrontarsi significhi necessariamente convincere l’altro o essere convinti dall’altro. Qualche volta, dopo una discussione, si rimane sulle proprie posizioni. Ma se ci si è ascoltati davvero, quella discussione non è stata inutile. Anzi, credo che uno dei problemi della politica contemporanea sia proprio la progressiva difficoltà nell’accettare il dissenso. Viviamo in un’epoca nella quale troppo spesso si pretende di classificare immediatamente le persone: se sei con me devi esserlo su tutto, se non condividi una mia posizione allora sei contro di me. Io non ragiono così. Come le dicevo prima, caratterialmente posso essere molto netto nelle mie convinzioni, ma proprio per questo pretendo di poterle esprimere senza freni. Non cambio ciò che penso per compiacere qualcuno. Non l’ho fatto nella mia vita personale, non l’ho fatto nella mia professione e non vedo perché dovrei cominciare a farlo in politica. Naturalmente mi è capitato di sentirmi distante da alcune decisioni, da alcune dichiarazioni o da determinati comportamenti provenienti dal mio stesso ambiente politico. Sarebbe poco credibile sostenere il contrario. In una comunità composta da migliaia di persone è impossibile pensarla tutti allo stesso modo su tutto. Ci sono momenti nei quali mi sento molto vicino a una posizione e altri nei quali mi sento più distante. Ci sono decisioni che condivido pienamente e altre sulle quali avrei ragionato diversamente. Ma questo non rappresenta necessariamente una contraddizione. Rappresenta la libertà. Io credo che appartenere a una comunità politica significhi condividerne una direzione generale, dei valori e una visione, non sottoscrivere preventivamente ogni parola pronunciata da chiunque ne faccia parte. Anzi, le dirò di più: secondo me una comunità politica diventa più forte quando al proprio interno esistono persone capaci di dire anche “non sono d’accordo”. Purché lo facciano con serietà, rispetto e senso di responsabilità. Perché il dissenso non deve diventare protagonismo personale e neppure una ricerca continua dello scontro. Contestare tutto soltanto per distinguersi non è libertà di pensiero: è un altro modo di essere prigionieri, questa volta del proprio ego. La libertà autentica consiste, invece, nell’avere la stessa serenità nel dire “sono d’accordo” e nel dire “questa volta non lo sono”. Io cerco di comportarmi esattamente così. Quando condivido una posizione, la sostengo senza problemi. Quando ho dei dubbi, li esprimo. Quando penso che qualcosa possa essere migliorato, provo a proporre un’alternativa. Perché non mi interessa avere ragione a tutti i costi. Mi interessa che alla fine si trovi, quando possibile, la soluzione migliore. E qui arriviamo alla parte più importante della sua domanda: se dovessi scegliere tra la lealtà verso il mio partito e quella verso un principio per me irrinunciabile, dove traccerei il confine? Probabilmente la sorprenderò: io non traccerei alcun confine. Ho sempre avuto una certa diffidenza verso i confini, soprattutto quelli costruiti per separare artificialmente ciò che dovrebbe essere messo in comunicazione. Davanti a una divergenza cercherei prima di tutto un’alternativa. Cercherei il confronto, proverei a spiegare le mie ragioni, ascolterei quelle degli altri e tenterei di individuare un punto di incontro. Non un compromesso al ribasso, ma una soluzione capace di rispettare le diverse sensibilità. Perché la politica, almeno come la intendo io, dovrebbe servire esattamente a questo. La politica non dovrebbe essere l’arte di costruire muri. Dovrebbe essere la capacità di aprire porte. E, come le dicevo parlando della mia vita, io con le porte chiuse ho sempre avuto un rapporto piuttosto complicato. Detto questo, esistono certamente dei principi sui quali non sarei disposto a negoziare. La dignità delle persone, la legalità, la libertà, il rispetto delle istituzioni e della propria coscienza non possono essere subordinati alla convenienza del momento. Se un giorno mi trovassi realmente costretto a scegliere tra ciò che considero profondamente giusto e ciò che sarebbe più conveniente sostenere per disciplina di appartenenza, sceglierei la mia coscienza. Non perché consideri poco importante la lealtà politica. Al contrario: proprio perché attribuisco alla lealtà un valore enorme. Ma la prima persona con la quale dobbiamo essere leali è quella che vediamo ogni mattina davanti allo specchio. Se per conservare un ruolo, un rapporto o un’appartenenza dovessi smettere di riconoscere quella persona, probabilmente il prezzo sarebbe troppo alto. D’altra parte, io non credo che una persona libera rappresenti un problema per un partito. Credo possa rappresentare una risorsa. Preferisco avere accanto qualcuno che mi dica una verità scomoda piuttosto che dieci persone che mi dicano ciò che voglio sentire. E immagino che lo stesso principio debba valere anche nei miei confronti. Naturalmente libertà significa anche responsabilità. Essere liberi di esprimere le proprie idee non significa poter dire qualsiasi cosa senza valutarne le conseguenze. Quando si opera vicino alle istituzioni, la responsabilità delle parole aumenta. Bisogna sapere distinguere il pensiero personale dal ruolo che si ricopre, la critica dalla delegittimazione, il confronto dall’attacco. È un equilibrio che considero fondamentale. Io posso essere fedele alle persone, posso essere fedele a una comunità politica, posso essere fedele a un progetto. Ma nessuna di queste fedeltà dovrebbe chiedermi di diventare infedele a me stesso. Perché alla fine gli incarichi passano. I ruoli cambiano. Le stagioni politiche finiscono. Quello che rimane è la propria storia e, soprattutto, la propria coscienza. Ed è con quella che, prima o poi, ciascuno di noi deve fare i conti. Per questo, tornando alla sua domanda iniziale, credo che la vera difficoltà non sia scegliere se essere fedeli alle idee oppure alle persone. La vera sfida è riuscire a essere leali verso entrambe senza perdere se stessi. Io almeno ci provo. E quando non condivido qualcosa preferisco aprire una discussione piuttosto che chiudere una porta. Perché i confini stabiliscono dove dobbiamo fermarci. Le alternative, invece, ci indicano dove possiamo ancora andare.
In una sua precedente intervista su PaeseRoma ha sostenuto che all’Italia servano statisti capaci di guardare al futuro, più che politici concentrati sul consenso immediato. Vorrei allora chiederle di applicare questa riflessione anche alla parte politica nella quale si riconosce. Qual è la verità più scomoda che, secondo lei, la politica italiana, compresa Fratelli d’Italia, dovrebbe avere il coraggio di raccontare ai cittadini? Quali errori rischiamo di continuare a commettere e che cosa la preoccupa maggiormente pensando al Paese che stiamo lasciando alle nuove generazioni?
Sì, ricordo quella riflessione e continuo a pensarla nello stesso modo. Anzi, forse oggi ne sono ancora più convinto. Abbiamo bisogno di statisti prima ancora che di politici. E la differenza, per come la vedo io, è abbastanza semplice: il politico pensa spesso alle prossime elezioni, lo statista dovrebbe avere il coraggio di pensare alla prossima generazione. Naturalmente non voglio generalizzare, perché la politica è fatta anche da moltissime persone serie, preparate e animate da autentico spirito di servizio. Ma esiste un problema che riguarda trasversalmente tutti gli schieramenti: siamo diventati prigionieri del consenso immediato. E la verità più scomoda che la politica italiana dovrebbe avere il coraggio di raccontare ai cittadini è proprio questa: non possiamo continuare a promettere tutto a tutti. Non possiamo raccontare che ogni problema possa essere risolto senza sacrifici, che ogni diritto possa essere ampliato senza preoccuparci delle risorse necessarie a sostenerlo, che si possa ridurre tutto, aumentare tutto e contemporaneamente non chiedere nulla a nessuno. Governare significa anche scegliere. E scegliere, qualche volta, significa avere il coraggio di assumere decisioni impopolari oggi affinché producano risultati tra dieci o vent’anni, magari quando chi le ha prese non sarà più neppure nelle condizioni di raccoglierne politicamente i frutti. È questo, secondo me, uno dei punti nei quali si misura la differenza tra amministrare il presente e costruire il futuro. E naturalmente questa riflessione vale per tutti, anche per la parte politica nella quale mi riconosco. Appartenere a Fratelli d’Italia non significa pensare che Fratelli d’Italia sia esente dal rischio di commettere errori. Sarebbe contrario a tutto quello che le ho detto finora. Anzi, quando credi in una comunità politica dovresti sentirti ancora più libero di stimolarla a fare meglio. Io credo che il rischio per qualunque forza che abbia responsabilità di governo sia quello di essere progressivamente assorbita dalla gestione dell’oggi: l’emergenza economica, il provvedimento da approvare, la polemica quotidiana, il titolo del giornale, il sondaggio della settimana, lo scontro sui social. Sono tutte cose che fanno parte della politica, sarebbe ingenuo negarlo. Ma un Paese non si governa guardando continuamente il sondaggio del lunedì successivo. Si governa chiedendosi che Italia vogliamo avere tra vent’anni. E qui, secondo me, arriviamo alla verità ancora più difficile da raccontare. L’Italia ha davanti problemi enormi che non sono né di destra né di sinistra. La denatalità non è di destra o di sinistra. Il progressivo invecchiamento della popolazione non ha una tessera di partito. Un giovane che studia, si forma e poi lascia l’Italia perché altrove trova maggiori opportunità non è un problema ideologico: è una sconfitta nazionale. Così come lo sono le disuguaglianze territoriali, la difficoltà di molte famiglie ad arrivare alla fine del mese, una burocrazia che troppo spesso scoraggia chi vuole fare impresa, le difficoltà della sanità, il costo della casa per i giovani, la precarietà lavorativa e la distanza ancora enorme tra alcune aree del Mezzogiorno e il resto del Paese. Io sono calabrese e certe differenze non le conosco attraverso le statistiche. Le conosco perché le ho viste. Quando nasci in determinati territori devi spesso correre il doppio semplicemente per arrivare allo stesso punto di partenza di qualcun altro. Questo non significa chiedere assistenzialismo. Al contrario. Significa creare le condizioni affinché una persona non sia costretta ad abbandonare la propria terra per avere una possibilità. Io non credo in uno Stato che prometta di risolvere la vita dei cittadini. Credo in uno Stato che debba mettere i cittadini nelle condizioni di costruirsela. Ed è una differenza enorme. Ma se mi chiede cosa mi preoccupi maggiormente pensando alle nuove generazioni, le rispondo che non è soltanto il debito economico che rischiamo di lasciare loro. Mi preoccupa un altro debito, forse meno visibile: il debito delle occasioni perdute. Ogni riforma rinviata perché elettoralmente scomoda è un debito che consegniamo a chi verrà dopo di noi. Ogni giovane preparato che mandiamo all’estero senza riuscire a offrirgli una ragione per tornare è una parte di futuro che perdiamo. Ogni famiglia che vorrebbe avere un figlio e rinuncia perché non possiede una casa, un lavoro sufficientemente stabile o servizi adeguati rappresenta un campanello d’allarme che non possiamo ignorare. Ogni territorio che si svuota, ogni scuola che perde studenti, ogni impresa che rinuncia a investire, ogni cittadino che smette di credere che il merito e l’impegno possano cambiare la propria condizione sono pezzi di fiducia che il Paese perde. E senza fiducia non si costruisce futuro. C’è poi un altro errore che la politica dovrebbe evitare: continuare a raccontare ogni questione come uno scontro tra tifoserie. Destra contro sinistra. Governo contro opposizione. Noi contro loro. La democrazia vive di confronto e anche di scontro politico, certamente. Ma esistono questioni sulle quali un Paese maturo dovrebbe essere capace di costruire una visione che sopravviva ai governi. La scuola dovrebbe esserlo. La sanità dovrebbe esserlo. La ricerca, l’energia, le infrastrutture strategiche, la natalità, la competitività del sistema produttivo e la capacità di trattenere i nostri giovani dovrebbero esserlo. Non possiamo ricominciare da zero ogni volta che cambia una maggioranza. Uno statista dovrebbe avere anche l’umiltà di completare una cosa giusta iniziata dal proprio avversario politico, invece di cancellarla soltanto perché porta una firma diversa. Questa, forse, è una delle rivoluzioni culturali di cui avrebbe bisogno la politica italiana. E aggiungo un’altra cosa che considero scomoda ma necessaria: anche i cittadini devono tornare a pretendere verità dalla politica, non miracoli. Per troppo tempo abbiamo costruito un rapporto nel quale la politica prometteva e il cittadino chiedeva. Ma uno Stato funziona quando esiste anche un’assunzione collettiva di responsabilità. Non possiamo chiedere servizi pubblici efficienti e poi considerare normale evadere le tasse. Non possiamo pretendere una pubblica amministrazione moderna e contemporaneamente difendere ogni inefficienza. Non possiamo chiedere opportunità per i giovani e continuare a costruire un sistema nel quale spesso l’appartenenza conta più del merito. Se vogliamo cambiare il Paese, dobbiamo avere il coraggio di cambiare anche alcune nostre abitudini. Questo vale per chi governa, per chi fa opposizione e per ciascuno di noi. Fratelli d’Italia, proprio perché oggi ha una responsabilità politica importante, ha secondo me anche una responsabilità ulteriore: dimostrare che governare non significa semplicemente amministrare il consenso ricevuto, ma utilizzarlo per costruire qualcosa che rimanga. E credo che la sfida più difficile sia proprio questa: avere il coraggio di fare oggi ciò che servirà domani. Perché i risultati più importanti di una buona politica, paradossalmente, potrebbero arrivare quando chi ha avuto il coraggio di compiere determinate scelte non sarà più al governo. Ma dovrebbe essere proprio questo il senso delle istituzioni. Io vengo da una storia personale nella quale, come le raccontavo, persino sognare sembrava un privilegio. Forse per questo considero insopportabile l’idea che un ragazzo possa vedere il proprio futuro determinato dal luogo nel quale nasce, dalla famiglia dalla quale proviene o dalle conoscenze che possiede. Vorrei un’Italia nella quale un ragazzo nato in Calabria, in una periferia romana o in qualunque piccolo paese abbia il diritto di pensare in grande senza essere costretto prima a chiedersi chi conosce, da dove viene o quanto può permettersi. Questa dovrebbe essere la nostra ossessione politica: restituire ai giovani il diritto di immaginare il proprio futuro in Italia. Perché c’è qualcosa di peggiore di un giovane che protesta contro il proprio Paese: è un giovane che smette completamente di aspettarsi qualcosa dal proprio Paese. Quando un ragazzo non si arrabbia più, non chiede più, non pretende più e pensa semplicemente “qui non c’è posto per me, me ne vado”, in quel momento abbiamo perso qualcosa di molto più importante di un voto. Abbiamo perso una parte del nostro futuro. Per questo, se dovessi riassumere la verità scomoda che vorrei sentire più spesso dalla politica, compresa la mia parte politica, sarebbe questa: dobbiamo smettere di chiederci soltanto quale Italia ci convenga raccontare oggi e cominciare a chiederci quale Italia avremo il coraggio di consegnare domani. Perché il consenso dura una legislatura. Un errore strutturale può durare generazioni. E io credo che chiunque abbia l’onore e la responsabilità di servire, direttamente o indirettamente, le istituzioni dovrebbe ricordarsi ogni giorno che il futuro non voterà alle prossime elezioni. Ma sarà proprio il futuro a giudicare ciò che abbiamo fatto.
Dottor Marra, vorrei concludere tornando all’uomo dal quale siamo partiti. Immagini di poter incontrare, tra vent’anni, un giovane italiano che le domandi se valga ancora la pena credere in questo Paese, costruirvi il proprio futuro, mettere al mondo dei figli e impegnarsi per cambiare le cose. Che cosa gli risponderebbe, senza ricorrere alle rassicurazioni della politica? E se quello stesso giovane le chiedesse quale segno Filippo Marra abbia cercato di lasciare nel proprio tempo, che cosa vorrebbe potergli raccontare?
Gli risponderei di sì. Ma non gli direi che vale la pena credere in questo Paese perché va tutto bene. Sarebbe una risposta facile, forse consolatoria, ma non sarebbe vera. Gli direi che vale la pena crederci proprio perché ci sono ancora moltissime cose che non vanno e che aspettano qualcuno disposto a cambiarle. Il futuro, almeno per come lo concepisco io, non è qualcosa che semplicemente arriva. Il futuro si costruisce. Giorno dopo giorno, scelta dopo scelta, errore dopo errore. E credo che questo sia uno dei messaggi che dovremmo avere il coraggio di trasmettere soprattutto ai giovani: siamo noi, almeno in parte, gli artefici del nostro destino. Naturalmente non partiamo tutti dallo stesso punto. Sarebbe ipocrita sostenerlo. Io stesso le ho raccontato da dove sono partito. So perfettamente che nascere in una famiglia piuttosto che in un’altra, in un territorio anziché in un altro, avere determinate opportunità oppure non averle può fare una differenza enorme. La vita non distribuisce le carte in maniera uguale. Ma arriva un momento nel quale dobbiamo decidere come giocare quelle che abbiamo ricevuto. Io avevo pochissimo. Non avevo denaro, non avevo una famiglia che potesse aprirmi delle porte, non avevo qualcuno che potesse indicarmi una strada già costruita. Eppure, in qualche modo, ho cercato la mia. Per questo, se tra vent’anni incontrassi quel ragazzo, non gli direi: “Aspetta che qualcuno costruisca il Paese che desideri”. Gli direi esattamente il contrario. Costruiscine tu un pezzo. Perché abbiamo sviluppato l’abitudine di aspettare sempre che il cambiamento cominci da qualcun altro. Deve cambiare la politica. Deve cambiare la scuola. Deve cambiare l’università. Deve cambiare il mondo del lavoro. Devono cambiare gli imprenditori. Devono cambiare le istituzioni. Ed è tutto vero. Ma raramente ci poniamo la domanda più difficile: io, oggi, che cosa posso migliorare di me stesso? Mi piacerebbe un Paese nel quale ciascuno di noi provasse, giorno dopo giorno, a diventare leggermente migliore di quello che era il giorno precedente. Non servono necessariamente gesti straordinari. Essere più preparati. Più responsabili. Più curiosi. Più rispettosi. Più capaci di ascoltare. Imparare qualcosa che ieri non conoscevamo. Ammettere un errore. Avere il coraggio di cambiare opinione quando scopriamo di aver sbagliato. Aiutare qualcuno senza aspettarsi necessariamente qualcosa in cambio. Sembrano piccole cose. Ma immagini milioni di persone che ogni giorno provano a migliorare anche soltanto dell’uno per cento. Alla fine avremmo migliorato un Paese. Perché l’Italia non è un’entità astratta. L’Italia siamo noi. E se vogliamo lasciare qualcosa alle generazioni che verranno dopo di noi, forse dovremmo cominciare proprio da qui: migliorare noi stessi per lasciare un’impronta sulla quale qualcun altro possa ripartire. Mi capita spesso di confrontarmi con i giovani. Li ascolto molto, forse più di quanto parli. E incontro ragazzi straordinariamente preparati, intelligenti, curiosi, con una sensibilità che qualche volta la mia generazione non ha avuto. Ma incontro anche molto sconforto. Vedo ragazzi delusi ancora prima di avere veramente cominciato. Giovani convinti che tutto sia già deciso, che le opportunità siano riservate ad altri, che impegnarsi non serva, che il merito non venga riconosciuto e che l’unica possibilità sia andarsene. E quando mi trovo davanti a questo tipo di rassegnazione cerco sempre di combatterla. Non raccontando favole. Non dicendo loro che sarà facile. Io sono probabilmente la persona meno adatta a dire che la vita sia facile. Dico esattamente il contrario: sarà difficile. In alcuni momenti sarà persino ingiusto. Troverete persone meno preparate di voi che arriveranno prima. Troverete porte chiuse. Troverete qualcuno che proverà a scoraggiarvi e qualcun altro che tenterà di approfittarsi della vostra disponibilità. Cadrete. Vi deluderanno. Qualche volta sbaglierete anche voi. Ma niente di tutto questo significa che dobbiate rinunciare. Perché la sconfitta più grande non è cadere. È convincersi che non valga più la pena rialzarsi. Ed è quello che cerco di dire ai ragazzi con i quali mi confronto: non consegnate ad altri il diritto di decidere chi sarete. Siate ambiziosi, nel significato più bello della parola. Studiate. Preparatevi. Siate curiosi. Abbiate il coraggio di dissentire. Non abbiate paura di essere diversi. E soprattutto non aspettate che qualcuno venga a darvi il permesso di provare. Se sbagliate, correggetevi. Se cadete, rialzatevi. Se una strada è chiusa, cercatene un’altra. E se quella strada non esiste, provate a costruirla. Ultimamente mi è capitato spesso di confrontarmi con una persona molto giovane. Non farò nomi, perché credo che alcune cose abbiano più valore quando rimangono nella dimensione personale, ma è un incontro che mi ha fatto riflettere molto. In questa persona ritrovo sorprendentemente molti aspetti del mio carattere. Ritrovo quella determinazione, quella voglia di fare, quella difficoltà ad accettare passivamente ciò che non funziona. Ritrovo l’ambizione di costruire qualcosa senza aspettare che siano gli altri a farlo. E ritrovo anche alcune fragilità, alcuni dubbi e quella fame di futuro che ricordo molto bene in me stesso. Qualche volta, mentre parliamo, ho quasi la sensazione di confrontarmi con una parte più giovane di me. E forse proprio questo incontro mi ha fatto comprendere ancora meglio cosa significhi lasciare un segno. Per molto tempo pensiamo che lasciare un segno significhi costruire qualcosa che porti il nostro nome. Ottenere un incarico. Raggiungere un risultato. Essere ricordati. Oggi ne sono molto meno convinto. Forse il segno più importante che possiamo lasciare non è qualcosa che porta il nostro nome, ma qualcosa che continua anche quando il nostro nome non serve più. Se riesco a trasferire a un giovane una parte di ciò che ho imparato, evitandogli magari uno degli errori che ho commesso io; se riesco a dargli fiducia quando sta per perderla; se riesco a fargli capire che può arrivare un po’ più lontano di quanto crede; allora forse quello è già un modo per lasciare un’impronta. E quella giovane persona della quale le parlavo potrebbe rappresentare esattamente questo. Non qualcuno che debba diventare come me. Sarebbe un errore enorme. Ma qualcuno che possa partire anche da ciò che io ho costruito, prendere quello che ritiene utile, scartare i miei errori e andare molto più avanti. Perché il vero passaggio generazionale non consiste nel creare delle copie di noi stessi. Consiste nel mettere chi viene dopo di noi nelle condizioni di superarci. Se un giovane al quale ho trasmesso qualcosa un giorno riuscirà a fare meglio di me, non avrò perso il mio spazio. Avrò raggiunto il mio obiettivo. Forse è proprio questa l’idea di futuro nella quale credo. Noi non siamo proprietari del tempo che viviamo. Siamo soltanto un passaggio. Riceviamo qualcosa da chi è venuto prima, lo trasformiamo attraverso le nostre esperienze, i nostri successi e anche i nostri errori, e abbiamo il dovere di consegnarlo a chi arriverà dopo possibilmente in condizioni migliori di come lo abbiamo ricevuto. E qui torniamo inevitabilmente al ragazzo dal quale siamo partiti all’inizio di questa intervista. Quel bambino con le scarpe bucate, con le suolette di cartone messe da sua madre per farle durare qualche giorno in più. Quel bambino senza televisore. Quel ragazzo che si costruì la prima bicicletta mettendo insieme pezzi trovati qua e là. Quel ragazzo che qualche volta si sentiva diverso dagli altri perché non aveva un padre accanto e che, come le dicevo, viveva in una condizione nella quale persino sognare sembrava un privilegio. Se oggi dovessi spiegargli quale segno Filippo Marra abbia cercato di lasciare nel proprio tempo, non vorrei parlargli degli incarichi che ho ricoperto. Non vorrei mostrargli un curriculum. Non vorrei raccontargli chi ho conosciuto, quali stanze ho frequentato o quali ruoli ho avuto. Vorrei potergli dire una cosa molto più semplice: ho cercato di lasciare qualcosa un po’ migliore di come l’avevo trovato. Ho cercato di aiutare quando potevo. Ho cercato di aprire qualche porta. Ho cercato di dire ciò che pensavo anche quando sarebbe stato più comodo tacere. Ho sbagliato molte volte, ho avuto ragione altre volte, ho conosciuto persone straordinarie e persone che mi hanno profondamente deluso. Ho perso, ho vinto, sono caduto e mi sono rialzato. Ma ho provato. E soprattutto ho cercato di non dimenticare da dove venivo. Perché credo che il giorno in cui dimentichiamo il ragazzo che siamo stati perdiamo anche una parte dell’uomo che siamo diventati. Quindi a quel giovane italiano che tra vent’anni mi chiedesse: “Vale ancora la pena credere in questo Paese?”, risponderei: Sì. Ma non aspettare che sia il Paese a credere per primo in te. Comincia tu a credere in quello che puoi diventare. Migliora te stesso. Costruisci. Sbaglia. Ricomincia. Aiuta qualcuno a fare altrettanto. E quando arriverà il tuo momento, non preoccuparti troppo di essere ricordato. Preoccupati di lasciare qualcosa su cui un altro possa continuare a costruire. Perché forse l’impronta più bella che possiamo lasciare non è quella che costringe gli altri a voltarsi indietro per ricordarci. È quella che permette a chi viene dopo di noi di guardare più lontano.
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