Filippo Marra analizza e propone soluzioni alla realtà delle baby gang, un fenomeno ormai fuori controllo
Le cronache degli ultimi anni hanno consegnato al dibattito pubblico due parole diventate quasi simboliche: baby gang e “maranza”. Termini spesso usati come etichette rapide, talvolta sbrigative, per descrivere gruppi di adolescenti o giovani adulti coinvolti in episodi di violenza urbana, rapine, pestaggi, intimidazioni. Ma dietro la scorciatoia linguistica c’è un fenomeno complesso, che parla di fragilità educative, identità in cerca di riconoscimento e di un tessuto sociale che, in molti quartieri, si è lacerato. Una realtà che Filippo Marra ha saputo analizzare, proponendo in esclusiva per noi soluzioni che, se applicate, potrebbero rivelarsi davvero efficaci.
Buona lettura!

Quando si parla di baby gang si usa spesso un’etichetta semplificata. Che cosa rischiamo di non vedere davvero dietro questa definizione?
Ridurre tutto a “branco di delinquenti” può dare l’illusione di aver capito il problema. In realtà rischia di nasconderlo. Cosa scatta nella testa? Gli psicologi che lavorano con gli adolescenti descrivono dinamiche ricorrenti: il bisogno di appartenenza, la ricerca di visibilità, la costruzione di uno status. Nel gruppo si è qualcuno, da soli spesso ci si sente invisibili. La violenza diventa linguaggio, rito di passaggio, dimostrazione di forza da esibire anche sui social.
Dal punto di vista psicologico e relazionale, quali sono i meccanismi che spingono questi ragazzi verso il gruppo e verso comportamenti violenti?
Fattori familiari, abbandono scolastico, povertà educativa, assenza di adulti di riferimento, e un immaginario culturale che premia l’apparire più dell’essere. Se l’unico modo percepito per contare qualcosa è incutere paura, la paura diventa moneta. Non è una giustificazione. È il tentativo di capire il meccanismo per poterlo spezzare. Il quartiere arretra e le baby gang prosperano dove lo spazio pubblico si svuota. Meno presidi culturali, meno sport accessibile, meno educatori di strada, meno luoghi in cui incontrarsi in modo positivo. Quando una piazza perde le famiglie e i negozi chiudono, resta terreno fertile per chi vuole occuparla con altre regole.
Quanto incide la percezione di insicurezza sulla vita quotidiana delle città?
Molti sindaci raccontano la stessa scena: cittadini che evitano certe vie la sera, commercianti che abbassano le serrande prima, autobus vissuti con timore. È così che il degrado, reale o percepito, diventa quotidianità. Basti pensare a tutte quelle aggressioni che hanno un volto preciso e incutono alle persone una profonda perdita di fiducia. E cosi che il ragazzo accerchiato per un cellulare, la coppia insultata o l’anziano spinto a terra diventano delle vittime dimenticate. Quando le persone hanno paura di uscire, la comunità si sfilaccia. Restituire sicurezza significa prima di tutto restituire quella fiducia.
In che modo si può contrastare questo fenomeno?
Le forze dell’ordine chiedono strumenti, presenza, rapidità nelle risposte. È legittimo: chi commette un reato deve sapere che ci sono conseguenze certe. L’impunità alimenta l’escalation. Ma pensare di risolvere tutto solo con pattuglie e telecamere equivale a intervenire quando il danno è già fatto. Senza prevenzione, il serbatoio si riempie di nuovo. Le misure che funzionano sono quelle soluzioni che si rivelano efficaci perché si articolano su più livelli: scuola aperta oltre l’orario, sport e laboratori gratuiti, tutoraggio per chi abbandona, educatori che conoscono per nome i ragazzi a rischio. Importantissimo il coinvolgimento delle famiglie, mediazione culturale dove serve, giustizia riparativa per responsabilizzare. Funziona anche riempire i quartieri di vita: biblioteche, centri giovanili, eventi, illuminazione curata, trasporti affidabili. Dove tornano i cittadini, arretra il branco. È un lavoro lento, poco spettacolare, ma produce risultati duraturi. Non un Paese militarizzato, ma una comunità adulta. La richiesta di sicurezza è sacrosanta. Tuttavia la risposta non può essere l’idea di vivere in uno stato d’assedio permanente. Una società matura riesce a tenere insieme fermezza e opportunità, sanzione e recupero.
Come si trova un equilibrio tra sicurezza, repressione e percorsi di recupero?
Civilizzare non significa solo punire chi sbaglia, ma creare le condizioni perché sempre meno persone scelgano di farlo. La vera sfida è qui: trasformare la paura in presenza, l’abbandono in responsabilità condivisa. Perché una città sicura non è quella con più sirene, ma quella in cui le strade tornano a riempirsi di persone che si sentono a casa.
