“Infanzia triestina” di Pierluigi Sabatti | RECENSIONE
Alcune storie sono come le sentinelle. Si ricordano, puntualmente, a seconda delle circostanze che le fanno venire a galla. Così, le parole escono di getto e scintillano memoria. Il racconto che ne deriva è un po’ la scheggia di luce del proprio sguardo o degli occhi di altri che hanno visto la stessa cosa riportandola però in modo diverso per come l’hanno vissuta, avvertita, assorbita. La fusione di date, ricordi e luoghi, crea una narrazione accompagnata da stati d’animo e sensazioni che apriranno la porta a riflessioni che filtrano il contesto storico e sociale nel quale si vive. E nei racconti che sono tramandati vengono fuori aspetti cruciali che in altri contesti passerebbero inosservati, marginali, ma che in una narrazione strutturata sul ricordo diventano fondamentali. Quando si è destinati ad essere spezzati e ricomposti, si cresce con la voglia di affermare la propria identità. Un percorso tortuoso, il più delle volte, perché niente è facile specie nelle storie che interessano un pezzo di vita che è il retrovia del dopo.
In Infanzia triestina di Pierluigi Sabatti conosci un pezzo di Storia raccontata da un bambino, Ninetto, che entra nel micro e nel macrocosmo degli anni Cinquanta. E’ il 26 ottobre 1954. Una data storica per Trieste. E’ il giorno che pone fine all’occupazione angloamericana della città e la restituisce definitivamente all’Italia. Un’enorme folla si raccoglie in piazza Unità per festeggiare l’arrivo delle navi e dei bersaglieri italiani. Ma la storia è più complessa e se ne accorge Ninetto che, tra ricordi e fantasticherie, descrive quei tempi così travagliati evidenziando anche l’umanità che abita il quartiere popolare di San Giacomo.
Il romanzo compone uno stralcio di storia nella Storia fatto di esistenze, di voci, di tragedie e di emozioni che si mescolano alle esistenze che sono state scollegate, divise e poi unite. La scrittura è evocativa. La narrazione intrigante.

