“Ugolina di Biella” di Jean Webster | RECENSIONE
Lasciare tutto e partire non è da tutti. Costa sforzo e tanto coraggio. Affrontare le insidie, le difficoltà, di ciò che si ignora non è una cosa da poco. Trasferirsi in un altro luogo, lontano da casa e dai propri affetti, non è semplice. Emigrare è sempre un atto di coraggio. Si lascia la terra natia per necessità, per volontà, per un riscatto che possa migliorare una vita di stenti o di insoddisfazioni. Mettere piede in un altro Paese significa mantenere salde le proprie tradizioni. Solo in questo modi si tiene stretto il filo delle proprie origini, che non si possono dimenticare neanche volendo. Esse resistono finché ci sarà memoria. Rappresentano l’identità di ognuno, soprattutto in terra straniera. Nei momenti di nostalgia, di tristezza, saranno l’unico conforto possibile. Cambiano i tempi, le mode, le abitudini, ma l’essere se stessi resta sempre anche quando ci si adatta a nuove situazioni, a nuovi modi di vivere. E questo non ha prezzo.
In Ugolina di Biella di Jean Webster finisci nelle pieghe del viaggio della governante Ugolina, partita dall’Italia per trasferirsi, insieme ai suoi padroni, in America. Lì vive anche il fratello che più volte l’ha esortata a raggiungerlo perché si vive meglio e si guadagna decisamente di più. L’occasione buona arriva con i Webster. Ugolina appare una donna moderna, vuole guadagnarsi da vivere in terra straniera come ha sempre fatto in Italia, ma resta ancorata alle sue tradizioni. Il suo modo di vedere e di affrontare la vita sono il risultato di una profonda saggezza secolare.
il libro si presenta come un racconto. E’ anche il recupero di una memoria collettiva che riguarda l’emigrazione italiana che a fine Ottocento e che sarà il tratto peculiare del Belpaese per l’esperienza delle donne che intendono crescere e riscattarsi.

