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“Il sangue della passiflora” di Andreina Sirena | RECENSIONE

Entrare nell’ombra e restarci succede più di quanto non si possa immaginare. Finirci dentro è un attimo. Sembra quasi di replicare qualcosa di già sperimentato perché alcuni avvenimenti potrebbero ripetersi, in modo inaspettato. Uscire dal cono d’ombra significa anche riattivare i sensi, tutti. Ci si può sfaldare dinanzi agli ostacoli senza vergognarsi. Si chiama vulnerabilità, ed è umano, naturale, viverla. Ma non si può tradire se stessi restando a terra più del dovuto. L’inerzia non va e non fa bene, atrofizza l’energia che si dovrebbe avere per realizzarsi mettendo a segno ciò che si desidera. Gli obiettivi non possono morire prima ancora di conoscere il giorno, accantonati dalla dimenticanza o peggio dall’indolenza. Essere risucchiati nella palude del vittimismo, quando le cose vanno storte, non aiuta a superare qualsiasi disagio, problema. Allora, bisogna trovare un modo per riprendersi da ogni cosa. Abbracciare l’arte, la letteratura, la natura, può essere una soluzione nel riattivare l’emotività che il fulcro dell’esistenza stessa. 

In Il sangue della passiflora di Andreina Sirena conosci i tormenti e la rinascita di Armida, apprezzata guida di un museo. L’arte, la cultura in tutte le loro forme espressive, fanno da culla nell’accogliere e far partorire nuove esperienze emotive. Armida è legata a due uomini, Tommaso prima e Lorenzo poi. Per lei amare ed essere amati assume un significato contradditorio. Conosce l’abbandono che porta la freddezza delle distanze, del vuoto. La donna comprende che deve abbracciare altro che la vita stessa offre, è sufficiente guardare bene la natura e l’arte che sanno offrire bellezza senza nulla pretendere.

Il romanzo è travolgente. La narrazione è viva, coinvolgente. La scrittura ha un timbro emotivo spirituale.

Lucia Accoto

Lucia Accoto. Critico letterario per Mille e un libro Scrittori in Tv di e con Gigi Marzullo Rai Cultura. Recensore professionista.