“Una fimmina calabrese” di Paolo De Chiara | RECENSIONE
Quando sei come sei, può essere una croce. Se nasci, cresci e vivi in un ambiente criminale, lo è di certo. Sei in costante pericolo. Non appartieni a te stesso, ma a loro, al potere delle “famiglie” oltre alla tua. Puoi essere pulito, incensurato, puoi rifiutare la cultura mafiosa, affidarti e collaborare con la Giustizia, dovrai sempre fare i conti con ciò che non potrà essere cancellato. Nella malavita non c’è una seconda possibilità. La mafia impone le sue regole, tu detti le tue scelte. Hanno un peso enorme, specie se sei donna e madre. E loro vorrebbero vederti morta, più di tutti il boss che ha subìto il tuo affronto. La decisione di cambiare vita, di lasciare tutto alle spalle e di denunciare, mette in ginocchio l’autorità del gruppo criminale di appartenenza. La mafia fa sul serio, anche con il sangue del proprio sangue. Certi caratteri se non si possono più educare, si raddrizzano. Il potere delle famiglie mafiosi sta nel diventare padroni di tutto, persone comprese senza escludere i parenti stretti. Dinanzi al coraggio di una donna che vuole una vita normale, che si è messa contro i “santisti”, sei niente anche se la elimini. La sua memoria sarà l’urlo feroce di tutte le vittime di mafia che nessuno dimentica, nemmeno gli assassini.
In Una fimmina calabrese Così Lea Garofalo sfidò la ‘ndrangheta di Paolo De Chiara conosci la storia di Lea, la donna-coraggio, che si è ribellata alla ‘ndrangheta, che ha tagliato i ponti con la criminalità organizzata. Nata in una famiglia mafiosa, ha visto morire suo padre, suo fratello, i suoi cugini, i suoi parenti, i suoi amici. Uno sterminio compiuto da criminali attaccati al potere, al rispetto ed ai soldi. Lea Garofalo, come tante altre donne, ha subìto la violenza brutale della mafia calabrese. Ha denunciato quello che ha visto, quello che ha sentito, quello che sapeva. Ha raccontato la ‘ndrangheta che uccide, che fa affari, soprattutto al Nord. Lea è stata uccisa perché si è contrapposta alla cultura mafiosa che non perdona il tradimento, specie, di una fimmina. A trentasei anni è stata rapita a Milano, per ordine del suo ex compagno, ed è stata assassinata.
Il libro è un documento prezioso, scioccante, di una testimone di Giustizia. La storia indigna per come Lea si sia sentita abbandonata da tutti, specie dalle Istituzioni che avrebbero dovuto ascoltarla e tutelarla. Una storia tutta vera, in un Paese “senza memoria” perché “lo Stato dovrebbe vergognarsi per come ha trattato e continua a trattare quei cittadini onesti, che hanno semplicemente fatto il proprio dovere.”

