“Dissolvenza” di Giorgia Tribuiani | RECENSIONE
Arriva sempre il momento che chiude il tempo. Quello in cui si è stati bene, gai, leggeri. Allora vedi ogni cosa in dissolvenza, rimpicciolirsi. Cose e persone poi spariscono dalla vista, così ti senti solo. Ti vedi ebete, forestiero nella tua stessa persona. Resti e indossi la nostalgia. Torni con la mente quando tutto era gioia, gioco, scoperta. L’infanzia è questo e molto altro ancora. Vivi l’abbraccio dei colori, dell’estensione del mare che si unisce al cielo. L’infanzia è un po’ come l’estate: spensierata. Quando tutto finisce, l’una e l’altra stagione, quel tempo lì si sbriciola diventando evanescente, lontano. Ciò che ha dato una sterzata alla routine quotidiana non esiste più. Si riaffaccia puntuale ogni anno, ma con l’eta cambiano molte situazioni e anche il modo di vivere il dolore si trasforma. Sì, c’è del dolore nella dissolvenza che si traduce nella perdita. Svaniscono le risate condivise con chi ti è stato amico per un’estate, si lasciano andare, a malincuore, le storie costruite tra libertà e lentezza. In quell’istante comprendi la precarietà della vita.
In Dissolvenza di Giorgia Tribuiani affondi in un racconto dedicato all’infanzia e alle vacanze estive. Temi sereni, leggeri. In apparenza. La semplicità dei racconti, che vedono Gaia protagonista, racchiudono un sentimento profondo affidato anche al dolore. Chi resta, specialmente se si tratta di una bambina, vede spegnersi le luci delle risate, della spensieratezza. E questo porta ad un intimo dolore.
Il libro, nel suo racconto, consegna al lettore una prospettiva più articolata della semplice leggerezza che, in estate, inonda l’animo di tutti. La scrittura nella linearità è efficace, giusta.

