“Valzer con mia madre da ragazza” di Filippo Tuena | RECENSIONE
L’accenno di sorrisi, l’accento dei profumi, le virgole dei luoghi che non si conoscono mai abbastanza, finiscono nella memoria. Conservati anche quando si pensa di averli dimenticati. Riaffiorano con un niente, da una precisa sensazione. Basta poco per riportare la mente indietro, a ciò che si è vissuto oppure a quello che si è assorbito dal racconto di altri. I ricordi, nel momento in cui si vivono, si spezzano. E’ come se si scheggiassero. Diventano piccole tessere di un mosaico che non va visionato per intero, ma a pezzi. I ricordi, quando si affacciano all’improvviso, si presentano ordinati. Perdono di precisione, cadendo così nel disordine, perché sono privi di un vissuto personale. Rappresentano la misura delle storie appartenute a quella sfera che non ti è propria. Allora, la memoria si fa rappresentazione. La voce viene dalla parole marchiate da chi fissa gli attimi in narrazioni che diventano sì racconto, ma soprattutto tratteggi di grinze della vita.
In Valzer con mia madre da ragazza di Filippo Tuena finisci nei ricordi di gioventù della madre dello scrittore. Si tratta di anni lontani che permettono a Tuena di affacciarsi ai ricordi attraverso un racconto che è un monologo. La voce viene dalla penombra della terza fila di un teatro in rovina. E’ difficile distinguere platea e gradinate, attore e pubblico e non tutto è come appare.
Il libro è un palcoscenico. La scrittura è intima. La narrazione si fa silenzio per trattenere ricordi e memorie.

