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Intervista a Simone Passero: dietro le quinte di ‘Risotto Western’ e i prossimi progetti cinematografici, passando per Clooney e Venezia

Simone Passero, attore in crescita nel panorama cinematografico italiano, torna sul grande schermo con “Risotto Western”, il nuovo film che unisce ironia, estetica da Far West e linguaggi contemporanei. In occasione dell’uscita del progetto, l’attore si è raccontato in un’intervista esclusiva a M Social Magazine, svelando retroscena dal set, curiosità sul suo personaggio e riflessioni profonde sulla propria evoluzione professionale. Dal metodo di preparazione ai ruoli più significativi, fino ai progetti futuri, Simone offre uno sguardo autentico e appassionato sul suo percorso umano e artistico.

Ciao Simone, partiamo dall’ultimo lavoro appena uscito, il film “Risotto Western”, è un titolo che incuriosisce subito. Come descriveresti il film a chi non lo ha ancora visto? 

Molte grazie M Social Magazine per questa intervista.c”Risotto Western” è un film che ha unito due mondi, quello classico del cinema, attraverso la sua iconica magia, e quello dei social media, attraverso il loro stile comunicativo.

Che tipo di atmosfera avete creato sul set? È più western, più comica o un mix dei due mondi?

 Sul set abbiamo creato un’atmosfera che dovesse richiamare il Far West, facendo appello all’ironia e al sarcasmo. È esattamente un mix tra il mondo western e il mondo comico, quello che in gergo oggi verrebbe definito uno ‘spaghetti-western no sense’.

Il tuo personaggio ha qualche tratto che ti ha divertito o messo particolarmente alla prova?

Il mio personaggio è sempre stato un personaggio particolarmente enigmatico, sulle sue, molto distaccato dal resto degli altri personaggi…eccezion fatta per l’ultima scena del film. Però un tratto molto divertente lo ha: è sempre intento a pulire bicchieri su bicchieri. Penso che dei bicchieri di scena sia rimasto solo il gambo. (Ride)

C’è una scena di “Risotto Western” che hai amato girare o che ricordi con più affetto?

Sì, c’è una scena che mi è piaciuto molto girare ed è proprio l’ultima: lì il mio personaggio insieme a quello interpretato da Dario Marvulli ha raggiunto un livello di intensità molto elevato, tanto che al termine delle riprese di quella scena vennero sia il direttore della fotografia che l’operatore di ripresa a farci i complimenti, sostenendo che quella scena fosse la scena più bella del film, per quanto fosse intensa e carica di tensione. Un complimento del tutto inaspettato ma che mi ha reso molto contento.

Avete girato in location particolari? Puoi raccontarci qualche aneddoto dal set?

Abbiamo girato in location molto particolari. Per esempio tutte le scene girate in esterna sono state girate all’interno di un parco tematico western vicino a Voghera. Un parco meraviglioso dove, appena metti piede dentro, ti sembra di tornare nel mitico Far West.

Per l’aneddoto vi racconto questo: la costumista mi diede degli stivali bellissimi per il personaggio e dopo le riprese, avvenute in estate, decisi di indossarli anche sul red carpet al Festival del Cinema di Venezia; ebbene, quegli stivali non furono mai inquadrati nel film…nemmeno una volta, neanche per sbaglio. (Ride)

Guardando il tuo percorso, come senti di essere cresciuto come attore negli ultimi anni?

Direi che ne è passato di tempo dalle mie prime, primissime, esperienze professionali, iniziate dodici anni fa: all’inizio ero tanto inesperto, dovevo farmi le ossa su qualsiasi set mi trovassi, capire come funzionassero molte dinamiche sia al di là che al di qua della macchina da presa, sviluppare scelte che mi conducessero verso la strada giusta e che non mi facessero capitare in ambienti malsani e, naturalmente…ero alle prime con la recitazione e dovevo iniziare a studiarla seriamente e con impegno.

Se dovessi vedere ora un me di quei tempi mi farebbe una sincera tenerezza perché probabilmente vedrei un ragazzo totalmente spaesato, senza alcuna esperienza, ma con una fortissima determinazione a far parte di quel mondo.

C’è un ruolo che consideri un punto di svolta nella tua carriera?

A dir la verità, per me ogni ruolo che ho affrontato in carriera, (dalla radio al teatro passando per il cinema, la tv e il doppiaggio) è stato un punto di svolta: era come se ogni volta avessi raggiunto un preciso risultato e immediatamente avessi iniziato con un nuovo obiettivo, con un nuovo percorso.

Ignoto, certo…ma estremamente stimolante!

Quali generi ti attraggono di più oggi: commedia, dramma, action, o progetti particolari?

Sono cresciuto sin da bambino con i film action, tanto che ad un certo punto avevo seriamente preso in considerazione l’idea di diventare stuntman. Diciamo che, piano piano, crescendo, ho avuto modo di poter esplorare l’animo umano cogliendone le molteplici sfumature attraverso tutti gli altri generi di film, dall’horror al sentimentale. E devo dire che è stato estremamente utile, soprattutto come processo di formazione professionale.

Posso dire che amo interpretare un personaggio quanto più distante si trovi da me perché posso sperimentare tutto ciò che Simone difficilmente farebbe o direbbe nel quotidiano.

Qual è la lezione più importante che hai imparato da un regista o da un collega sul set?

La lezione più importante che ho imparato me la insegnò indirettamente George Clooney: riusciva ad emanare enorme grandezza con il suo carisma, la sua presenza….rimanendo  estremamente umile ed affabile con tutti.

Fatto questo doveroso preambolo, da un regista ho imparato quanto sia importante essere considerato un leader, un punto fermo: la sua figura è il punto cardine dal quale si concretizza la realizzazione del film. Dico sempre che il o la regista è un po’ come se fosse un manager artistico mentre gli attori e le attrici fossero gli/le operai/e artistici/che. Dai colleghi ho imparato quanto sia importante la sintonia, il feeling e lo spirito di condivisione perché un film non lo fa mai un attore singolo ma una moltitudine di attori. E bisogna ricordarsi sempre che prima di essere attori o attrici, registi o altro, siamo tutti esseri umani con pregi e difetti e fragilità. Nessuno esente.

Come ti prepari solitamente per interpretare un personaggio? Hai dei rituali o tecniche particolari?

A dir la verità non ho dei rituali veri e propri, solitamente comincio a studiare il personaggio nel profondo, cerco di comprenderne prima di tutto il carattere, il comportamento e poi cerco di capire come e perché agisca in un determinato modo, indagando anche sul suo passato.

Faccio un esempio: se un personaggio è cattivo, adotterà comportamenti negativi e agirà in altrettanto modo. Le sue azioni non vengono considerate corrette e quindi qualsiasi cosa faccia o dica non verrà accettata e ritenuta giusta. E fin qui tutti d’accordo.

Ma la vera domanda è: “Perché è arrivato ad essere così? Cosa o chi, nella sua vita, lo ha spinto ad agire in quel modo? Quali sono stati i traumi che ha vissuto nel passato e che lo hanno trasformato così?” Ecco, questo faccio io quando mi approccio inizialmente ad un personaggio, specialmente se cattivo.

Quanto spazio lasci alla spontaneità e quanto invece preferisci costruire il personaggio nel dettaglio?

Questo dipende sempre dal volere del regista: ci sono registi che ti lasciano completa carta bianca sull’interpretazione (purché il personaggio sia allineato con la storia e le vicende) e ci sono  registi che vogliono che interpreti per filo e per segno il personaggio che si è già formato nella loro mente. Ho avuto esperienze con entrambe le tipologie: non esiste un modo giusto o sbagliato, esistono solo modi differenti per dirigere attori e personaggi.

Come vivi il rapporto con il pubblico e con chi ti segue sui social? Ti influenza nella scelta dei progetti?

Ho un profondo rispetto per il pubblico perché se hai il privilegio di poter svolgere questo meraviglioso mestiere, lo devi quasi totalmente a lui. Non dimentichiamoci mai che quando il pubblico viene al cinema, o a teatro per vederti, sta compiendo un atto di grandissimo rispetto: ti sta dedicando attenzione e te lo dimostra raggiungendo fisicamente (quando potrebbe fare mille altre cose) il luogo dove il tuo film o il tuo spettacolo si trova.

E lo stesso discorso vale anche per chi ti sceglie da casa: non ci si sposta, ma l’attenzione e la decisione finale di vedere un prodotto audio-visivo, è rivolta verso di te (e verso chi abbia lavorato con te).

Possono sembrare discorsi banali ma per me non lo sono. Affatto.

C’è qualcosa che i fan non sanno di te e che ti piacerebbe far emergere attraverso i tuoi ruoli?

Dico subito che non amo la parola ‘fan’…perché è una parola che esprime un significato indefinito, vago. Mi piace molto più pensare che siano ‘persone che apprezzano ciò che fai’. Ma mi rendo conto benissimo che sia un termine troppo lungo da poter dire ogni volta.  Infatti è un termine che uso solo con e per me stesso. (Ride)

Credo che un personaggio non debba mai essere me ma debba essere io quel personaggio. Sì, c’è qualcosa che forse non sanno di me e che terrei molto a sottolineare: la recitazione e la finzione le uso nel lavoro; la spontaneità e l’autenticità nella vita di tutti i giorni.

Dopo “Risotto Western”, hai già nuovi progetti di cui puoi parlarci?

Posso dirvi che presto farò parte di un nuovo progetto cinematografico e che le riprese inizieranno nei prossimi mesi. Per obblighi contrattuali di più non posso dire, anche se mi piacerebbe molto. E poi all’orizzonte ci sono anche altri progetti, per il momento ancora ufficiosi.

Se potessi scegliere, quale sarebbe il tuo “prossimo passo” ideale nel cinema o nelle serie TV?

Essendo una persona che ama le sfide, mi piacerebbe molto prendere parte a lavori anche esteri per confrontarmi con stili, tecniche e visioni differenti su cinema e serie tv. Credo sia importante allargare i propri orizzonti scoprendo sempre qualcosa di nuovo.

Christian De Fazio

CEO, Editore e Direttore di M SOCIAL MAGAZINE, Autore Televisivo Mediaset e RAI e molto altro... Appassionato di Musica, Televisione, Cinema e Viaggi, alla ricerca sempre di nuovi stimoli.