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Sanremo 2026, un ecosistema digitale che amano chiamare “Flop”|EDITORIALE

Amanti dei numeri o classici detrattori? Sanremo assaggia anche in questa edizione l’ondata critica dopo i primi dati Auditel, capace di trarre conclusioni come sempre istintive e solitamente soggettive.

Si sta facendo infatti gara a chi urla meglio al flop, quasi col ghigno di chi già sapeva sarebbe andata così, senza considerare un dato davvero oggettivo: il contesto.

È proprio questo ecosistema, in cui nemmeno ormai ci rendiamo più conto di essere immersi anche quando stiamo leggendo o scrivendo, che sta annegando qualsiasi oggetto di fronte a sé, pure se si tratta di riti collettivi.

E Sanremo, uno degli ultimi baluardi della “tradizione” che di questi tempi fa rima con pericolo politico da ostracizzare, ne sta risentendo inevitabilmente, perdendo sempre più telemorenti, verso una dimensione più atemporale.

Infatti il pubblico ormai non è più abituato a una visione obbligatoria, per giunta estesa sia in linea orizzontale (giorni), sia verticale (ore di diretta). Ormai sta vivendo l’umanesimo tecnologico, ponendosi protagonista delle proprie scelte multimediali in termini di tempo e di spazio.

Va da sé che la tv consolidi il suo trend sempre più terminale, con una crisi emorrragica ben evidente di fronte a eventi di così grande portata. Una fuga a più livelli, dal sacrosanto calo di appeal della kermesse , a quelli più sottili ma parimenti importanti, legati a preferenze multimediali (on demand, social watching) dei propri follower.

Si spiega così che la prima serata abbia marcato uno stacco netto anche nel confronto immediato con la precedente edizione, ma anche un evidente delegittimazione televisiva nel corso della serata con 7 milioni di spettatori “dispersi”.

Ma sono realmente persone che si sono alzate volontariamente dalla sedia o hanno solo spento la luce sul comodino?

A discapito dei detrattori, sembrerebbe più consona la seconda linea, dal momento che i social hanno avuto un’impennata. Si parla infatti di un +20% di interazioni rispetto al 2025 stando a Human Data. “La conversazione digitale è ormai parte integrante dello spettacolo”, ammette il presidente Luca Ferlaino in una nota, dandoci così l’assist per giustificare questo presunto calo di contatti millantato da più fonti. Non ci sarebbero infatti post a qualsiasi ora del giorno, così come Meme che circolano ogni volta che accediamo su una piattaforma digitale, se questo Festival non avesse fatto come sempre presa sulla popolazione italiana.

Va poi ricordato anche la ciclicità di un movimento storico che è tornato in auge: il watch party. Se prima ciò avveniva per necessità, figlia di un mezzo di comunicazione che rappresentava uno status economico, adesso le persone spontaneamente scelgono la via della visione collettiva, favoriti anche da tanti eventi collaterali che stanno spopolando in tantissime città italiane.

Il Festival pertanto non è in pericolo o in crisi: continua a essere in salute grazie a un direttore artistico altrettanto visionario, manifestando un’onnipresenza e rilevanza che qualcuno poteva mettere in dubbio solo per il cambio di periodo dovuto alle Olimpiadi.

E tu come la pensi?

Luca Fortunato

Nato con la 'penna' all'ombra del Colosseo, sono giornalista pubblicista nell'OdG del Lazio. Accanto alle cronache del mio Municipio con il magazine La Quarta, alterno le mie passioni per la musica e lo spettacolo scrivendo per alcune testate online (Indielife e M Social), senza dimenticare il mio precedente habitat universitario. Lì ho conseguito una laurea triennale in Comunicazione a La Sapienza e ho scritto per il mensile Universitario Roma. Frase preferita? "Scrivere è un ozio affaccendato" (Goethe).

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