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“Anni con mio padre” di Tatiana Tolstoj | RECENSIONE

La dipendenza emotiva resta nei ricordi. Si ripresenta alla memoria esortandola a non cedere il passo alla dimenticanza. Non c’è un limite ai ricordi, specie a quelli belli che difficilmente scompaiono come bolle di sapone. Mollare la presa di un tempo che scappa nella trama di un quotidiano incerto rimanda a qualcosa di incompiuto, da definire e da accettare. L’incontro con la felicità non è scontato. Nell’infanzia si ha maggiore approccio con la gioia incuranti delle brutture della vita, conoscendole poco e niente. Lo slancio lirico della gaiezza arriva dall’infanzia, dal sorriso bello, aperto, dall’incanto con ciò che è sorpresa. Glissare i ricordi è un attacco agli anni che hanno dettato il passo all’esistenza. Il registro della corrispondenza affettiva inquadra il cambiamento di ieri con l’oggi. La nostalgia, la malinconia, restano quando l’esplorazione della memoria storica personale è talmente forte che scalpiti all’idea del ricordo di quello che ti ha fatto stare bene. 

In Anni con mio padre Dolcezza, problematicità, tragedia della vecchiaia di Tolstoj di Tatiana Tolstoj è il ricordo della figlia del grande scrittore russo. La secondogenita di Lev Tolstoj, tenne un diario dal 1878 al 1919. Si tratta soprattutto di una cronaca quotidiana dei suoi rapporti con il padre. Una sorta di album di famiglia in cui racconta della sua infanzia e della sua vita accanto ad uno dei più famosi e importanti autori russi di tutti i tempi. 

Il libro si presenta come un testamento emotivo, sentimentale, nostalgico, nell’impresa del ricordo. La narrazione è viva, verace, sentita, appassionata. La scrittura è diretta, chiamata a guardare l’animo ed a raccontare la vita.  

Lucia Accoto

Lucia Accoto. Critico letterario per Mille e un libro Scrittori in Tv di e con Gigi Marzullo Rai Cultura. Recensore professionista.