Eurovision Song Contest 2026, it’s Dara time: la Bulgaria sfila l’anello di “cristallo” a Sal Da Vinci
Non sarà un“Per sempre sì” il rapporto nuziale fra il nostro Sal Da Vinci e l’Eurovision Song Contest. A Vienna, nonostante la marcia trionfante che ci faceva ben sperare sugli altri Paesi a suon di ascolti, non abbiamo innalzato bandiera italiana, ma ne abbiamo lasciato le tinte a disposizione di una Cenerentola. Ebbene, ruotando le righe in orizzontale, abbiamo dato lustro alla sorella cromatica Bulgaria che, al passo dei tempi elettro-pop, ha sbaragliato a sorpresa la concorrenza, accattivandosi giurie e televoto internazionale. Un primo successo da pochi pronosticato, che ci regala un particolare termine che non volevamo sotto sotto imparare.
La ” Bangaranga” campanilista che ha spento i sogni tricolore all’Eurovision
Dalla notte austriaca dell’Eurovision, abbiamo appreso un nuovo termine che, entrando potenzialmente sul Treccani, farà parte dei nostri “incubi”: Bangaranga. Una parola originale, figlia di una realtà distante, che è diventata improvvisamente un mantra ipnotizzante per l’intero continente. E infatti questo termine deriverebbe da bangarang, uno slang del patois giamaicano, sentendo il British Brief che richiama Il “caos” ma ne cogliamo l’essenza sentendo proprio l’artista che l’ha portato in scena. In un’intervista rilasciata alla televisione di San Marino, infatti Dara ha descritto il concetto alla base del brano: “Esprime tranquillità e anche la consapevolezza che tutto andrà bene. È la convinzione di sapere chi sei e scegliere di farti i capelli a strisce rosa oggi o indossare questo fantastico costume luccicante senza farti condizionare dall’opinione di nessuno. È un potere speciale che puoi sbloccare per non avere paura di nulla. Vuol dire farsi guidare dall’amore e non dalla paura.”
Un messaggio che, seppur appaia demoniaca, unisce positività, identità personale e libertà emotiva, dal forte connotato folkloristico. Infatti il concetto è stato estrapolato dai kukeri, antichi rituali bulgari in cui uomini mascherati indossano costumi di pelliccia e campanacci per scacciare gli spiriti maligni. E lo abbiamo potuto rivedere proprio sul palco austriaco, quando i ballerini hanno inscenato questi movimenti sin dalle semifinali fino alla performance dopo il ricevimento del microfono di cristallo, chiudendo così un cerchio campanilista nei contenuti ma futuristico nei suoni che in un certo senso si lega in parte con la musica portata dal nostro Sal.
La rivincita di Sal Da Vinci, a un passo dal successo

Suoni diversi, ma richiamo tradizionalista comune: Sal Da Vinci, pur essendo stato malvisto da gran parte dell’opinione pubblica per la marcata matrice regionalistica che ha caratterizzato il suo brano vincitore a Sanremo, è andato vicinissimo all’obiettivo con il 5° posto, rimanendo sulla scia degli altri connazionali che si sono susseguiti nelle precedenti edizioni dell’Eurovision, ma soprattutto della vincitrice bulgara . Anche lui, infatti, non ha negato l’appartenenza, ma anzi l’ha elevata ai massimi livelli. Stereotipi di cui vantarsi, anziché vergognarsi davanti al mondo intero. Non a caso la sua performance ha trasudato quell’identità musicale nazionale che contiene pure il neomelodico partenopeo, facendola respirare in mondovisione. Quel che è mancato, però, è stato quell’ulteriore salto dance e messaggio “rivoluzionario” che tanto sta caratterizzando i gusti europei in questi anni. Più balli di “rivolta” che ballad sentimentali, facendo quasi rimpiangere un duello “defilippiano” tra Dara e Ditonellapiaga per le sonorità affini.
Rimane l’orgoglio però di un artista che, nonostante le accuse esagerate, ha saputo onorare la nostra bandiera, regalandole lacrime e urla a squarciagola.
