“Suzanne” di D. Belloc | RECENSIONE
Come la guardi guardi la vita non cambia nemmeno nelle sfumature. Spetta a te, alla tua determinazione fare in modo che le cose vadano in modo diverso. Altrimenti, quella è e quella rimane. Puoi riflettere su alcune circostanze. Impari dagli errori e non solo, incassi e porti a casa. L’esperienza insegna e gli sbagli si pagano, alcuni nell’immediatezza dei fatti, altri dopo. Sarà la coscienza a ricordarteli, a tempo opportuno. Dalla vita non avanzi nulla, sei sempre in debito. Ti manca qualcosa anche quando hai tutto e se hai poco, solo il respiro, ti fai bastare il vuoto. E poi ti impegni affinché il fallimento possa essere solo un ricordo. Eppure, non basta. Alzi gli occhi a ciò che hai in mente, che vorresti. Quell’oltre che nell’immaginario è già bell’e compiuto è una gravidanza che porta energia. La speranza è una cosa, che alimenti con la fiducia, e la realtà è un’altra che ti inchioda alla verità. Ma la vita resta bastarda nelle sue pieghe più sottili e nascoste. Le sentenze sgualcite dagli inganni sono pesanti nella caccia contro i soprusi. Ecco allora che la vita sa esser infame sino all’osso, specie se il rischio di non farcela è alto. Vai lontano, con la raccomandazione di fidarti solo di te stesso, e neanche poi così tanto.
In Suzanne di D. Belloc, edito da Ventanas, conosci la storia della madre dell’autore. L’Andalusa era sua nonna, bella, capricciosa e volitiva moglie del comunista Nazaire. Un uomo rozzo, ma con le mani sapeva fare tutto. Costruire oggetti e riparare ogni cosa. Suzane apre un vecchio album di fotografie e ne estrae alcune. Il figlio scrittore la descrive quasi con distacco, mentre lei racconta colori vivi e senza giudizi morali la prima parte della sua vita. l’infanzia in una famiglia libera e squinternata, la sorellina morta, gli zii ricchi e il suo grande amore per Lucien, detto Lulu. Lui alcolista da sempre che il figlio non smetterà mai di maledire per averlo abbandonato così male e così in fretta. Tutto in una sagra di paese in un incontro di boxe. Sullo sfondo la Francia degli anni Trenta del primo dopoguerra, miserabile e derelitta.
Il libro è un racconto lento, con un ritmo a singhiozzo. Nella scrittura ci sono la vita, gli errori, il risentimento. La narrazione è come se fosse stata ripulita da qualsiasi emozione per lasciare su fogli l’essenza di ciò che l’autore ha respirato e superato per mettere a fuoco esistenze e vite spezzate.

