Concertone 2026, la musica ha deviato l’impegno del Primo Maggio? | REPORTAGE
Un altro Primo Maggio in musica è passato, trascinando con sé ragionamenti sul suo stato di vita. Noi ci abbiamo voluto riflettere un giorno in più, giusto per allineare i pensieri e trovare la giusta chiave di lettura di questo Concertone arrivato al suo 36° anno di nascita.
Primo Maggio 2026, un “Festivalbar” primaverile con brevi acuti “impegnati”
La nostra “Woodstock” in Piazza San Giovanni, a citar le parole dichiarate dai sindacati qualche giorno fa, è sembrata più una valle vicino Sanremo, o a qualche studio televisivo. I giovani, infatti, hanno lasciato le bandiere rosse a casa e si sono assiepati dal primo mattino per aspettare i loro beniamini provenienti dal Festival o dai talent show, in attesa di ascoltare le loro “Power Hits”, anziché capire il motivo della partecipazione. Abbiamo respirato sin da subito aria di festa, come poi ha dimostrato la folla oceanica che ha raggiunto i 250 mila passaggi nel corso dell’evento, sulle basi di un bisogno musicale che ha spinto proprio il Concertone a mascherarsi ancora una volta in un Festival bar fuori stagione. Non a caso sono stati volti da palazzetti e da stadi come Geolier, Pinguini Tattici Nucleari ed Emma a generare hype dentro la piazza, lasciando le briciole a mostri sacri come Riccardo Cocciante e i Liftiba.
Il Concertone in pratica si sta incanalando sempre più sulle varianti della viralità e dell’immediatezza, trascurando così il ruolo (fino a poco fa) primario dell’impegno sociale. Pochi slogan dal palco e pure abbastanza superficiali, basati su una brevità disarmante che non ha dato spazio alla riflessione. E’ la contemporaneità, bellezza! E dietro le quinte che aria tirava?
Una parata social dietro le quinte che annichilisce il pensiero critico
Se Piazza San Giovanni sembrava l’Ariston, il backstage è apparso come Villa Nobel – circolo degli influencer dentro Sanremo – invaso da content creator che, a differenza degli accessi limitati donati ai giornalisti, hanno potuto assaporare a pieno gran parte degli spazi calcati dai tantissimi ospiti del Concertone. Tra reels, quiz e foto, sono stati loro a intrattenere i cantanti, lasciando intravedere ancor di più come l’evento punti sempre più a invadere i social media, anziché le cronache della carta stampata. E i numeri gli danno ragione: più di 1 milione e mezzo di interazioni racchiuse negli hashtag #1M2026, #Concertone e #PrimoMaggio. Dati incoraggianti che mostrano il vero volto di questo evento, interessato a far convergere le attenzioni delle nuove generazioni parlando il loro linguaggio breve ma onnipresente.
Ha ancora senso associare Concertone a Primo Maggio?
Il dubbio però, già osservando le ceste di fave e le tinozze di vino bianco e rosso negli stand enogastronomici, aveva iniziato a prendere forma nella nostra mente: è davvero utile associare la parola “Primo Maggio” a questo Concertone? E difficilmente sappiamo dare una risposta. Infatti questa festività, se non fosse per la tipicità culinaria riportata dietro le quinte e per i volti raffinati dei sindacalisti e di qualche politico (perdonaci Elly) che lo hanno brevemente attraversato, sembra sempre più essere diventata un pretesto per realizzare il concerto gratuito più grande d’Europa. I messaggi lanciati sul palco sono diminuiti così come l’attenzione degli organizzatori verso il significato reale che dovrebbe infondere questa giornata.
Gli artisti della prima parte ad esempio, in gran parte, si sono limitati a realizzare la loro opportunità artistica di 5/6 minuti, bisbigliando qualche parola “impegnata” per dare un minimo di coerenza alla loro partecipazione. Parole chiave? “caos“, “speranza” e “Palestina libera“. Sai che fantasia!
In serata, quando questo bisogno di visibilità diventava naturalmente secondario, l’asticella dell’impegno si è alzata sporadicamente, dal mondo di gomma sulla platea di Sayf alla lotta al patriarcato della Michielin per citarne alcuni, ma le reazioni sono state diverse, lasciando addirittura artisti in disarmante silenzio. E’ il caso dei dirompente Litfiba che in altre epoche avrebbero (e hanno) infiammato Piazza San Giovanni con i loro discorsi anti-sovranisti e si sono dovuti accontentare venerdì sera di qualche sguardo di approvazione. Stessa sorte per il maldestro Cocciante che ha restaurato il delicato tema della guerra senza urlare Palestina libera. D’altronde le attenzioni, oltre che per gli hashtag, erano più per le canzonette, quelle che sentiamo quotidianamente nei nostri devices, vivendole, smartphone alla mano, con l’onestà digitale di chi ha qualcosa potenzialmente virale fra le mani. Pochi infatti l’hanno utilizzato per il commuovente testo del conduttore Pierpaolo Spollon dedicato all’operario agricolo di Latina Satnam Singh. Ancor meno, probabilmente, per imparare i nomi citati da Geolier in merito alla crudeltà delle armi fra i giovani.
Quel che conta è più aver instagrammato la debacle professionale di un’artista, come capitato per Delia Buglisi per la sanguinosa modifica di “Bella Ciao” o la caduta del cameraman durante il live di Rocco Hunt. Momenti topici per le piattaforme digitali che hanno scalzato di fatto riflessioni concrete su una giornata particolare, ancor prima che una festa.
Una parola chiave usata male?
A peggiorare la situazione del Concertone è stata pure la tematica prescelta per quest’anno. La dignità infatti è sembrato un tema troppo forzato e abbastanza rischioso, vittima di un evidente appiattimento morale che sta colpendo questo Paese a tutti i livelli. Allargandola poi ad altri temi spigolosi come le contrattazioni e alle nuove tutele, si è sperato di accendere una luce ancor più forte , ma l’unica che abbiamo visto ben in evidenza sono state quelle dei led sparati sulla platea per più di 8 ore, capaci soltanto di farci evadere dai problemi quotidiani che abbiamo ritrovato il 2 Maggio.
