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“Sette volte bosco” di Caterina Manfrini | RECENSIONE

Ricostruire tutto, vita compresa, è un atto di forza collegata alla resilienza di esserci, ancora. Il saccheggio subito, specie nella mente che si è lasciata cadere dal potere di quella altrui, ti porta al ricordo, alla famiglia, all’esistenza di prima. Non dipende da te. Per colpa di una politica di annientamento, finisci nelle forme più violente di crudeltà. È tosta superare l’indicibile. La privazione di ogni cosa, l’umiliazione forte che ti annulla come persona, il pestaggio della dignità sino a renderla poltiglia, pesano sulle energie che si riducono al minimo. Ma resisti. Ad un certo punto, assumi un tono solenne con te stesso. Ti imponi di farcela, ad ogni costo. Non puoi chiudere la speranza nella sedata rassegnazione, così, anche la vita stessa sarebbe inutile, persa. Vai avanti, come puoi, sapendo che potrebbe arrivare la tua ora da un momento all’altro, sebbene ce l’hai messa tutta per sopravvivere alla guerra, a tutto ciò che ti hanno costretto a patire. Il richiamo di casa è più forte. Lo senti in ogni istante, ti induce a non mollare perché un motivo per superare l’orrore ce l’hai e lo vedi in ogni dove attorno a te: continuare a vivere. 

In Sette volte bosco di Caterina Manfrini conosci una storia di resistenza. Adalina è sola. È su un treno vecchio e cigolante da due giorni. Torna da Mitterndorf, il campo profughi per gli abitanti del Tirolo meridionale inglobato nel fronte della Grande Guerra, dove ha trascorso l’ultimo terribile anno e dove ha perso i genitori. Al campo, nei giorni durissimi di sopravvivenza, solo due pensieri l’hanno tenuta in vita: il suo maso che la famiglia si tramanda da generazioni, ed Emiliano, il fratello partito soldato per un Impero che si è sbriciolato. Tornata a casa, Adalina si rende conto che tutto è cambiato. Il maso in parte è crollato, ma è ancora in piedi. È tempo di ricominciare, di curare le ferite del corpo e dell’anima. Poi, un giorno cambia qualcosa nella sua quotidianità tanto faticosamente riconquistata. 

Il romanzo invita a riflettere sulla ricostruzione partita da una perdita. L’attaccamento alla vita ed ai suoi valori sono il fulcro di una storia che si snoda in modo scottante. La narrazione, però, è deludente. C’è l’intensità delle ambientazioni, dell’atmosfera, ma manca quella spinta che porta ad assestare meglio il racconto nei tratti, veloci, che si mangioni le emozioni.  

Lucia Accoto

Lucia Accoto. Critico letterario per Mille e un libro Scrittori in Tv di e con Gigi Marzullo Rai Cultura. Recensore professionista.