“Il sarto che guardava le stelle” di Salvatore Pireddu | RECENSIONE
La sopravvivenza alimenta forze nascoste. È silente. Raccoglie coraggio e determinazione. Ne fa una cosa sola. Tutto il resto diventa superfluo. Quando ciò che occorre è il respiro della vita si nutre un solo obiettivo: salvarsi. Sopravvivere significa non smettere mai di muoversi. Precipitare nella disperazione è un rischio che può coinvolgere chiunque. Succede, eccome. Riuscire a darsi possibilità imprevedibili è una condizione che alimenta la speranza, anche se è da considerarsi un lusso pericoloso. Una stella che appare e scompare. È il dolore che incendia la rinascita, ciò che si sa di dover affrontare senza alcuna difesa. La sofferenza non ha limiti e tocca ognuno, indistintamente. L’angoscia prende posto nel petto, dilania il cuore, risucchia la fiducia. Lasciarsi andare alla disperazione oppure al nulla, al vuoto, parrebbe l’unico istantaneo consolo. Si spezza qualcosa e rimane rotto, per sempre. Serve ricucire le ferite. È necessario, fondamentale. Impossibile silenziare la memoria. I ricordi vanno vissuti con un pizzico in più o in meno di sentimenti sopiti o infiammati. Il passato resta, fa parte di ieri. Su quello che è stato si può imbastire la narrazione dell’oggi. Se la trama di ciò che si è vissuto è stata fitta di brutture, di pesanti responsabilità da assumersi, di atrocità subite e viste, il dolore della perdita sarà una stella da inseguire e da appuntare come segno di lotta alla sopravvivenza.
In Il sarto che guardava le stelle di Salvatore Pireddu conosci una storia che ti lascia senza parole. Il primo settembre 1939 l’esercito tedesco attacca la Polonia. La famiglia Fajans, ebrea, è costretta ad un esodo doloroso, deportata nei campi di sterminio nazisti o in quelli di lavoro russi. La vita si spezza, si perde, si umilia. Lascia tracce e memoria. La sua geografia è complicata da percorrere, da ritrovare. Quando si perde tutto, patria, fede, libertà, rispetto, cuci addosso un nuovo respiro. Un fiato che dia una traiettoria alla tempesta del dolore dal quale si diventa grandi, uomini, diversi.
Il romanzo, tratto da una storia vera, è così intenso che ti senti insignificante dinanzi alla vita dei protagonisti. Una storia, la loro, fatta di cicatrici, di perdite, di sofferenza, di orrore, di sopravvivenza, di rabbia, di sangue, di guerra, di stelle. La narrazione è così potente, seguita da una scrittura semplice che porta in ogni singola parola una forza dirompente e spiazzante, tanto da abbandonarsi come naufraghi a pezzi di legno galleggianti nelle onde della speranza. Il lettore si fa piccolo piccolo dinanzi alla scrittura di Pireddu che origina una moltiplicazione di emozioni che lo vedono cambiare pagina dopo pagina.

