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“Madri e figli” di Theodor Kallifatide | RECENSIONE

“Il passato è tutto ciò che abbiamo”. È vero. È l’unica eredità che ognuno si porta appresso senza richiesta, senza testamento. Quando si vuole lasciare qualcosa che non conosca tempo, si racconta una storia. Scriverla è anche meglio. I ricordi non stazionano all’ombra dell’umanità, circolano, sono in movimento. Raggiungono luoghi, volti, profumi, dettagli. Sono vecchi, fanno parte del passato, ma la memoria li cristallizza quasi fossero icone sante. Appaiono e diventano forza e fede, un atto di riconoscenza per quei fatti formativi che fanno da guida per l’esperienza che si costruisce non solo giorno dopo giorno su ciò che la realtà riserva, ma anche su quello che si è vissuto come un punto della nostra storia personale. Allora, il passato attraversa il tempo. Ne ridisegna i contorni, lascia un nuovo sentore di vita. 

In Madri e figli di Theodor Kallifatides entri nelle pieghe della storia dell’autore, scrittore greco emigrato in Svezia da quasi cinquant’anni. Nel 2006 torna nel suo Paese delle aquile per far visita la madre. Lei ha novant’anni e vive ad Atene. Entrambi sano consapevoli che potrebbe essere uno dei loro ultimi incontri. Nella settimana che passano insieme, durante le pigre mattinate con caffè e biscotti, ripercorrono i momenti più significativi della loro vita. Nel raccontarsi affiorano anche segreti mai svelati andando alle radici del loro lessico familiare. Rivive così la figura del padre e marito, esule greco in Turchia, insegnante e prigioniero dei nazisti. Passato e presente si intrecciano nella memoria che affonda tra nostalgia e tenerezza.

Il libro è toccante. La narrazione passa sulla via del ricordo e dell’intesa tra madre e figlio che appurano quanto il passato sia fondamentale per la stesura della propria esistenza. La scrittura è evocativa, piena, delicata. 

Lucia Accoto

Lucia Accoto. Critico letterario per Mille e un libro Scrittori in Tv di e con Gigi Marzullo Rai Cultura. Recensore professionista.