“Il giardino perfetto” di Antonella Ossorio | RECENSIONE
I racconti non sono storie perdute. Racchiudono la sostanza della morale in fatti che coprono tutte le tinte della vita. I racconti circolano come i debiti, come le speranze. Sono la somma di bugie e verità. Sbilanciano segreti disabitati. Dicono più di quanto non si possa immaginare, rispondono alle domande silenti che passano dalle voci sconosciute oppure dalle pagine da assimilare bene. I racconti, a volte, sono sospesi tra il passato e l’illusione di ciò che sarà. Non sono oracoli, ma il riflesso della realtà. Importa poco il ritmo delle loro parole, che pure trasmette un certo fascino, perché lo spazio delle storie è assorbito dalla curiosità che tiene acceso l’interesse per quei racconti senza filtri. Non c’è nessun riposo per i fatti che sono il battesimo di tanti altri. Le cose migliori si svelano attraverso i racconti che non diventeranno mai manata di gesso, ma riscatto di un libero risveglio.
In Il giardino perfetto di Antonella Ossorio ti fai strada attraverso una serie di racconti che lasciano scorrere vita e tempo. Un uomo di nome Sommerkamp che si mormora sia un principe transilvano, un professore a cui viene un colpo apoplettico dopo aver scoperto un’opera del grande maestro Gerolamo Vanacche, un bambino che vuole imparare a leggere per capire i nomi delle strade e potersene finalmente andare in giro da solo per il mondo. Questi sono alcuni dei personaggi che popolano una serie di racconti di Antonella Ossorio.
Il libro è interessante. Le storie sono la personificazione della memoria e del tempo che piglia tutto e che abbraccia ciò che si vorrebbe per il futuro. La scrittura è una vera spallata alla genuinità che rappresenta la migliore riconoscenza per i racconti.

