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“Un desiderio di ieri” di Gennaro Marco Duello | RECENSIONE

La vulnerabilità è un lamento basso, soffocato. Non spreca parole, fagocita pensieri, crea un nodo in gola. Segna il preludio dell’insidiosa verità che bisbiglia fatti lontani e nuove sorprese. Il rumore delle scoperte diventa molesto, sgradito, quando contagia la consapevolezza della fatica dei sentimenti sopiti. Ecco allora che la vulnerabilità semina attese trafugate dalla messa in scena dalla dimenticanza. Ti ritrovi così sobbalzato da uno stato di apatico quotidiano ad un altro di frizzante conquista. Non puoi prevedere nulla, certo. Eppure riconosci i vagiti del cambiamento pur santificando il passato, che torna confondendo le acque. Ti senti forestiero sulla sponda dell’inadeguatezza provata dinanzi ad una radicale trasformazione. Non sei aquila, ma istinto, pur nella claudicante capacità di orientarti in ciò che non puoi abbandonare. Afferri l’attimo, attento a non precipitare del tutto nell’origine di ciò che è stato e di quello che potrebbe essere. La vulnerabilità è una vela, se non la governi bene nella tempesta è indisciplinata quanto lo sferzare del vento. Annulla il distacco e il limite degli impedimenti diventando l’epinicio della scoperta, a volte impudente.

In Un desiderio di ieri di Gennaro Marco Duello affondi in quei sentimenti taciuti, a lungo addormentati, che confondono i graffiti di una storia fedele alla preghiera del riscatto. Prendi ciò che ignori, ti affidi al mistero, al tradimento che annusi quando il tempo porge un’alternativa al tradizionale modo di raccontare le storie. Fosco vive un matrimonio infelice con Matilde. Si conoscono da vent’anni, sono sposati da sette. È cambiato il modo in cui si guardano e troppe cose tra loro non vanno bene. A lavoro, la situazione procede anche peggio. L’avanzare dell’intelligenza artificiale rischia di far saltare molti posti.  Si rischia di stagnare ed impaludare la creatività umana. Il sospetto di una collega, giornalista, lo spinge a scovare una verità vergognosa e squallida. Intanto, il passato bussa alla porta di Fosco D’Amore e l’incursione nel prima è necessaria per scoperchiare ciò che segna i destini di chi ne ha fatto parte.

Il romanzo si snoda su due storie che si intrecciano. Una però, appare debole, quasi tralasciata, accennata, di rimando alla possibile immaginazione del lettore. La qualità della storia madre però è profonda. È la voce intima di una biforcazione che trattine lacrime, dolore, violenza, aria fresca e verità. Per capire bisogna ascoltare, osservare e rischiare. Puoi trovare conforto in qualsiasi nascondiglio, tutti ne hanno uno del cuore. Ma affrontare la vita, anche scomoda, è una forma di libertà che non può essere rovesciata dall’ipocrisia. Perché la vulnerabilità forgia muscoli e carattere. La scrittura è lineare. È terra di nascita, di semenza buona.  

Lucia Accoto

Lucia Accoto. Critico letterario per Mille e un libro Scrittori in Tv di e con Gigi Marzullo Rai Cultura. Recensore professionista.