Mustang, un sogno nel tempo che si è avverato | RECENSIONE
Chiamatelo sogno, o semplicemente nostalgia: Kasia Smutniak proietta sul grande schermo un’esperienza lunga ben 23 anni, che è diventata in un certo senso un motivo di vita. Parliamo di “Mustang”, il documentario prodotto da Fandango e presentato alla Festa del Cinema di Roma 2026, in onore dell’omonima zona in Nepal che fu visitata nel 2003 dalla regista e dal suo compianto marito Pietro Taricone in maniera così folgorante, da essere tramandata emotivamente alla loro unica prole. E’ Sophie, infatti, colei che ha portato avanti la promessa divulgativa dei due genitori col suo viaggio in solitaria nel 2024 e che ora, attraverso la sua voce narrante nel documentario, ne racconterà la sua fantastica storia a cui tutti vorremo prendere parte.

Di cosa parla Mustang
Il racconto di Mustang parte nel 2003, quando Kasia e Pietro, pur conoscendosi da poco, partono per il Mustang, zaino in spalla e piccola telecamera in mano. Quel luogo sospeso nel tempo, dove non esiste neppure la strada, diventa parte di loro e lì si scambiano una promessa: tornare un giorno e fare qualcosa per proteggere quella cultura. Ma il corso degli eventi cambia all’improvviso tragicamente e insieme non ci torneranno più. Molti anni dopo la loro figlia Sophie riscopre le immagini di quel primo viaggio e di quelli che sua madre ha fatto poi con lei da bambina.
È in questo percorso che nasce l’incontro con una donna speciale, Kunzom e con lei si realizza la promessa fatta un tempo: costruire una scuola che consenta ai bambini di quella regione di proseguire gli studi senza dover abbandonare le loro famiglie. Attraverso la voce di Sophie, il racconto ripercorre oltre vent’anni di vita, tra memoria personale e storia collettiva, in un viaggio che attraversa il tempo e le generazioni, cercando ciò che resta quando tutto si trasforma in quel flusso incessante che in Mustang chiamano Samsara.
Il Mustang e il dualismo tra isolamento e comunità
A primo impatto questa zona tramanda solitudine e inacessibilità, ma se ci addentriamo mentalmente in questa esperienza messa su telecamera dalla famiglia Taricone, capiamo come ciò si possa trasformare in un’oasi felice da amare e preservare. Pur essendo infatti un’area abbastanza complicata da raggiungere, il territorio vien presentato come un baluardo della tradizione, carico di sacralità quotidiana ma anche di paure, come quella legata allo spopolamento, nonostante i passi avanti in tema urbanistico e ai cambiamenti climatici che la rendono instabile.
Viviamo in pratica durante queste due ore circa di documentario un costante dualismo fra individualismo e comunità, grazie pure alle sfumature artistiche della regista legate all’elaborazione del lutto. Un dolore che si trasforma negli anni in creatività operativa, dall’associazione no profit alla conseguente scuola tibetana eretta proprio nel Mustang nel 2011, ma anche professionale, attraverso la competente capacità di adattare in pellicola i suoni primitivi a quelli più elettronici della nostra civiltà.

In pratica si va oltre, omaggiando certamente le tradizioni e sfruttandone a pieno l’ereditarietà dei relativi valori nelle nuove generazioni, che siano consanguinee oppure estranee. Gli alunni della Ghami Solar School, infatti, divengono nella storia, assieme alla direttrice Kumzon – anch’essa chiave di volta per Kasia per la realizzazione di questo sogno – parte di un processo naturale e globalizzante di cui abbiamo bisogno. Perché in pratica di Mustang ne vediamo centinaia attorno alle nostre città ma siamo fin troppo impegnati a trascurarle. Kasia invece preferisce fermarsi e, sfruttando l’urgenza del racconto che ossessiona il grande cinema, lo ridefinisce, riuscendo così a restituire un’istantanea importante su cui tutti dovrebbero riflettere, in barba al feticismo del viaggio.
Voto 4/5
