“Ma io quasi quasi” di Michele Bitossi | Recensione
L’attesa è sfiancante. Annulla il tempo, anzi lo dilata. Tutto pare lontano, inafferrabile. Ti perdi nel vuoto creato dall’ansia dell’aspettativa. Riempi le giornate alla meglio trascinandoti come un naufrago esausto a riva. L’attesa è sospensione. Bolla dentro la quale ogni cosa è amplificata. Il respiro diventa più pesante e il pensiero è fisso su ciò che attendi. Perdi smalto, pazienza, corteggi la possibile risposta con illusioni che catturano la brezza di un momento senza voce. L’umore si sbriciola per quell’incognita che ha la padronanza delle ore a venire. Vivi la solitudine nel corpo con la paura che toglie la speranza, con lo stormo di pensieri in bilico dove tutto è possibile, anche quello che non vorresti. Niente ti somiglia e niente riconosci, nemmeno le priorità, l’urgenza del necessario. Poi, ti muovi in modo impercettibile, raggiri l’attesa scrollandoti di dosso la pena struggente per le ombre che sovrastano idee e spirito. Perdi pezzi e acquisti stabilità quando capisci che la sfocatura della vita è un intonaco che va passato con ordine e pulizia. Perché la bellezza, anche dell’attesa, sta nella compiutezza che si forma attraverso il racconto della preghiera e della scena che si mette su ogni giorno per quel responso da sentire e da vivere.
In Ma io quasi quasi di Michele Bitossi entri in una storia di aspettative e di drammi. Riccardo sta vivendo in funzione del prossimo giovedì. È il giorno del verdetto: la dottoressa Fontaneto stabilirà se potrà continuare a vedere sua figlia oppure no. Cercando di sopravvivere all’attesa, si distrae stendendosi ossessivamente strati di crema Nivea sulle mani, andando in palestra, lavorando come osservatore calcistico, dimostrando all’attuale compagna che ha smesso di drogarsi, andando a nuotare, provando persino a ricominciare a fumare. Riccardo cade nella frustrazione di sapere e nella licenza di perdersi nel senso del tempo.
Il romanzo si presenta come una sorta di terapia, tra l’incerto e il consapevole, per sciogliere i nodi di una vita. La narrazione si svolge in una settimana e la fluidità della scrittura rende la storia selvatica e carezzevole insieme.

