“Sorgenti” di Marie-Hélène Lafon | RECENSIONE
Occuparsi di se stesse, spesso, è una dimenticanza forzata. Sono altre le cose più urgenti, prioritarie. Alla fine, non ci pensi e scurisci l’anima in uno stato di abbandono. Sei braccata da diversi impellenti doveri, così, piano piano rinunci ai tuoi diritti di donna. Assorbi il peso di ogni cosa, comprese quelle umilianti che qualcuno ti infligge per un’idea malsana e retrograda di possesso unita alla grottesca convinzione della superiorità maschile. Comprendi all’istante che quella non è vita. Non è nemmeno amore, ma sottomissione. Lo sai. Eppure, resisti perché la paura ti blocca. Se hai figli li proteggi da tutto, specie da una imprevedibile violenza che potrebbe scaturire dalla rabbia buttata fuori dal sangue cattivo di corpi privi di anima e senza ragione. Poi, raccogli le forze e con più paura di prima allenti le maglie dell’obbedienza aprendo un varco nel campo libero. Lì, sarai padrona di te stessa. Nulla sarà facile. Hai una certezza: per amor proprio non permetterai più a nessuno di offendere la tua persona, non ti inginocchierai più alla pretesa di sottomissione che lede la dignità come se fosse una cosa da niente.
In Sorgenti di Marie-Hélène Lafon entri nella paura di una donna succube del marito prepotente e violento. È il 1967. In una fattoria del Cantal, in Francia, lei attende di sparecchiare la tavola. Deve aspettare, perché il marito sta dormendo sulla panca della cucina e la donna sa che si infurierebbe al minimo rumore. I tre figli giocano in giardino, anche loro nel pauroso rispetto per non svegliare il padre. Lei non sa spiegarsi come mai sia rimasta otto anni accanto ad un uomo burbero, cattivo, che la picchia sempre, che la denigra e la umilia in continuazione. La parola “divorzio” le è insopportabile, come l’idea di vendere la fattoria. Poi, comprende che deve cambiare storia. La sofferenza sino ad allora patita le permetterà di costruire la sua nuova vita.
Il romanzo è intimo, doloroso. La narrazione emana vita dalle parole crude, forti. La scrittura è fatta di resilienza.

