“Il banchiere nero e la bambina scomparsa” di Ippolito Edmondo Ferrario | RECENSIONE
La malvagità di alcuni avanza come uno tsunami. Essa domina il peso delle azioni turpi e crudeli di uomini senza scrupoli. Meglio chiamarli bestie, questo sono e non altro, specie quando oltraggiano, con l’impulso da depravati, il corpo dei bambini. Pattugliano con costanza il loro istinto crudele, vanno incontro al rischio, sanno muoversi nell’oscurità dei respiri mozzati dal terrore. La paura la riconoscono all’istante, la vivono oltre ad incuterla. Non lasciano in circolazione testimoni scomodi, insabbiano la verità, concedono credito ai farabutti – quelli della stessa pasta si intendono perfettamente – sono sordi alle preghiere di vittime che finiscono nelle loro mani. I criminali, quelli spietati, recitano una farsa di menzogne e di silenzi infestando l’aria con il marcio che portano dentro sino a renderli mostruosi. Rubicondi nella strafottenza, baldanzosi del potere che hanno, strisciano nell’ombra senza fare rumore per proteggere i segreti inconfessabili che sono il vessillo della loro malvagità. Devono proteggerli, tenerli al sicuro e sono pronti ad uccidere, all’occorrenza, per lasciare tutto in un silenzio tombale.
In Il banchiere nero e la bambina scomparsa di Ippolito Edmondo Ferrario entri in una storia che fa venire il sangue agli occhi per la rabbia, lo sgomento e l’indignazione per fatti tracciati da mani crudeli. Liguria, valle Argentina. Vicino Sanremo, tra il 1968 e il 1969, viene commesso un crimine efferato. La vittima si chiama Maria Teresa Rebaudo, ha tredici anni. È stata rapita dalla casa degli zii in piena notte a Badalucco. È il 16 dicembre quando della bambina si perdono le tracce. È stata sequestrata. Poi, mesi dopo, viene ritrovata morta nel sotterraneo di un casolare isolato vicino a Triora, antico borgo famoso per il processo alle streghe. Passano cinquant’anni e sempre in zona si scopre il cadavere di Osvaldo Russo, originario di Milano, ma legato a quei posti. Tutto farebbe pensare ad un suicidio. Le cose, però, stanno diversamente. Raoul Sforza, amico della vittima, conosciuto come il “banchiere nero”, non ci sta a questa ipotesi investigativa. Sforza, da sempre al centro di scandali e processi, è un uomo cinico, spietato e calcolatore. Vuole scoprire la verità conducendo, così, un’indagine personale dai risvolti sconcertanti e devastanti.
Il romanzo è sorprendente. La storia lascia il lettore con il fiato sospeso sin dalle prime battute. E’ un incalzare di suspense, di adrenalina a palla, per arrivare nei punti salienti. Lo sono tutti. Più si va avanti nel racconto e più la voglia di arrivare alla verità cresce a dismisura. Lo scrittore è bravissimo a far vivere i sentimenti di ribrezzo, di disgusto, di schifo, di rabbia per come i personaggi, quelli cattivi e crudeli, delle due storie che si intrecciano e che fanno orrore, rendono le parti più dure e crude. La figura del banchiere nero è tratteggiata con piglio originale. Sembra quasi di vederlo accanto, seduto, mentre stai leggendo di lui e del suo modo di fare. Ecco, i personaggi parlano tutti. Arrivano al lettore con un impatto che appare sovrannaturale.

