“La vera via d’uscita” di Patrik Banga | RECENSIONE
Il vento scuote troppo forte, ma riesci a tenere una posizione decisa. Resti in piedi sebbene gli altri vorrebbero affossarti. Ti vedono diverso, un pericolo. Il retaggio culturale, poi, non aiuta. Ti appende ad un destino segnato che parla di un tempo fatto ancora da discriminazioni, da differenze sociali. Dapprincipio subisci le offese. Infine le calibri difendendoti dall’intolleranza, dal razzismo, della gente. Il pensiero strambo di chi è chiuso in atavici pregiudizi richiede un cambio culturale che deve partire dal basso attraverso una educazione civica e civile che deve aprire le coscienze. Si resta sempre piccoli se si pensa che gli alcuni siano sempre i delinquenti e gli altri i migliori sulla base dell’etnia che sancisce appartenenza, cultura e tradizioni diverse. Le parole ti qualificano. Dicono chi sei, ti mostrano in un modo, ma sono i fatti a raccontare la verità. È scritta chiara chiara attraverso le azioni di ognuno. Il confine tra te e gli altri è dettato e voluto da quello che riesci a creare. Pedi il sonno nel realizzarti, nel migliorarti, nel dimostrare a te stesso che puoi fronteggiare qualsiasi ostacolo. Spaventato e innocente, tracci gli obiettivi. Ti volti indietro, torni al passato, impari e diventi uomo senza mai dimenticare da dove vieni.
In La vera via d’uscita di Patrik Banga conosci la storia dello scrittore, un rom che racconta la sua infanzia e adolescenza in una Praga in trasformazione dopo la caduta del muro di Berlino. Rom, povero e invisibile, Banga ha imparato presto che per molti la sua esistenza era un fastidio: compagni di scuola che lo insultavano, professori che lo ignoravano, polizia che lo fermava senza motivo, vicini che cambiavano marciapiede. Mentre tutto lasciava pensare che non sarebbe mai stato accettato, Patrik coltivava un sogno: scrivere la sua vita.
Il libro è intenso, autentico. La storia è una riflessione continua. Lo scrittore racconta la sua vita come una trappola e come ci si rimette in piedi soprattutto quando per la società sei un “ladro”, un “delinquente”, pur non avendo mai fatto nulla di male a nessuno. La sua prosa è cicatrice. Ad ogni ferita un riscatto.

